Tema libero sull’Italia del fuori sincrono: dalla 133 alla Thyssen, l’immagine di un paese che non sembra combaciare con il sonoro di chi dovrebbe rappresentarlo

Tema libero sull’Italia del fuori sincrono: dalla 133 alla Thyssen, l’immagine di un paese che non sembra combaciare con il sonoro di chi dovrebbe rappresentarlo

TORINO – La sensazione è la stessa del FuoriOrario di Enrico Ghezzi: bocca che si spalanca in un labiale non sempre comprensibile e audio che arriva, quando arriva, con significativo ritardo. Se in un primo tempo poteva sembrare un caso, ora l’impressione è che sia divenuta la norma, tanto da non destare – quasi – più stupore. Per citare alcuni tra questi fuori sincrono, si potrebbe partire da lontano e raccontare una storia lunga un anno che ha la sua origine la notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando sette operai dello stabilimento torinese ThyssenKrupp furono investiti da una fiammata generata da una fuoriuscita d’olio bollente. Morirono tutti nel giro di un mese.

Da quel giorno si sono susseguiti mesi di silenzi e di notizie non proprio rassicuranti, di cassa integrazione e di disperazione. Chi al primo funerale era presente, ma anche chi vi ha partecipato attraverso le immagini televisive, difficilmente potrà scordare la folla attonita e rabbiosa e le parole del Cardinale Severino Poletto: in quei giorni pareva l’unica voce rappresentativa.

Il sonoro, chiaro e comprensibile, è arrivato solo a novembre di quest’anno e precisamente il giorno del rinvio a giudizio per omicidio volontario con dolo eventuale per l’amministratore delegato dell’azienda tedesca, nonché del rinvio per omicidio colposo e omissione dolosa di cautele anti infortunistiche degli altri cinque imputati. Il processo, che si aprirà in Corte d’Assise il 15 gennaio 2009, riguarderà anche l’azienda in veste di persona giuridica. Il pm Raffaele Guariniello in questi giorni ha parlato di sentenza storica perché non è mai successo che si sia arrivati al rinvio a giudizio delle persone fisiche e giuridiche, riconoscendo in un caso anche l’omicidio volontario. Anche il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e la presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso si sono dichiarati soddisfatti per questa decisione innovativa che interpreta la domanda di giustizia della comunità non solo torinese. Si sono usate parole quali “spartiacque” e “monito” per tutte quelle imprese che non rispettano le norme di sicurezza sul lavoro e, per la prima volta da quel lontano dicembre 2007, finalmente il sonoro combacia con le immagini.

Sempre Torino e il suo sindaco per raccontare l’ennesima chiusura di un’azienda. Ormai il TG regionale pare un bollettino di guerra e a stupire non sono più i numeri snocciolati dei nuovi disoccupati, ma un’affermazione quanto meno forte di Sergio Chiamparino che si è pubblicamente dichiarato disposto a incatenarsi davanti alla Motorola a seguito della decisione della multinazionale americana di dismettere il centro d’eccellenza torinese. Ovvio che le parole di Chiamparino rappresentino una provocazione, come da sua stessa dichiarazione, ma ben venga una reazione forte da parte di chi ha il dovere di amministrare la cosa pubblica. Perché la Motorola e non un’altra tra le molte, troppe, aziende in chiusura o già liquidate? Forse sarebbe meglio pensare che da qualche parte bisogna pur partire e che, se non altro, finalmente qualcuno ha dato voce a chi da mesi cerca disperatamente di farsi sentire.

Senza interrompere il fil rouge del lavoro, spostiamoci sulla legge 133/08 dove all’articolo all’art. 39, comma 10 (lettera l) si abroga la legge 188 e quindi l’intera disciplina delle dimissioni on line, con un regresso alla situazione precedente. Pertanto non è più necessario compilare l’apposito modulo informatico valido quindici giorni dalla data d’emissione, ma saranno sufficienti le vecchie dimissioni predisposte su qualunque foglio. Per rendere più comprensibile il concetto, la legge 188 era stata concepita per evitare il fenomeno diffusissimo non solo per i lavoratori immigrati, ma anche per i lavoratori italiani, della richiesta al momento dell’inizio del rapporto di lavoro di una lettera di dimissioni in bianco. L’abrogazione della stessa, motivata dalla necessità di semplificare la documentazione obbligatoria relativa ai rapporti di lavoro, ne vanifica di fatto l’intento.

L’articolo 23bis, sempre della 133/08, affida inoltre “il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore d’imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica”. Ciò al fine, come da decreto, “di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi d’interesse generale in ambito locale”. In parole povere si apre alla privatizzazione dell’acqua pubblica. E pensare che proprio in questi giorni a Parigi si porrà fine a 25 anni di gestione privata dell’acqua, appunto. Qui, come per l’abrogazione della 188, più che di fuori sincrono si tratta di pellicola proiettata al contrario, ma tant’è.

Per concludere come non citare la scuola, la rinomata 133 e la 137? Per mesi proteste e appelli sono meramente caduti nel vuoto, finché “l’onda”, com’è stata ormai soprannominata, non ha raggiunto dimensioni tali da non poter più passare inosservata e chi si era sentito impotente di fronte a una coltre spessissima di silenzio, ha potuto finalmente avere voce. Per il momento solo quella.

Se l’intento era l’alfabetizzazione legislativa della popolazione, si potrebbe azzardare un certo qual grado di successo, perché mai come adesso si assiste a uno svisceramento delle leggi da parte di chi fino ad ora si è occupato d’altro. Certo è che il fuori sincrono raramente si concretizza in un riallineamento, senza pretendere un’utopistica perfezione.

Purtroppo la maggior parte delle volte si assiste a un ritorno al film muto che, per quanto romanticamente affascinante, può risultare anacronisticamente e pericolosamente sordo alle voci di una parte consistente del nostro paese.

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