Decreto Gelmini, le ragioni dei contrari

Decreto Gelmini, le ragioni dei contrari

Scuole occupate, manifestazioni nella piazze come non se ne vedevano da anni. Ma quali sono le ragioni della protesta contro le modifiche al sistema scolastico più comunemente conosciute come decreto-Gelmini? L’analisi del punto di vista dei contrari, dalle perplessità sul maestro unico ai rischi di ingerenze dei privati sulle università.

Per affrontare una analisi delle turbolenze che stanno accompagnando le modifiche al sistema scolastico è prima di tutto necessario dipanare il tessuto in questione, che si presenta agli occhi di molti come un groviglio molto complesso, dato che il quadro generale deriva dall’intersezione di più leggi o decreti-legge.

Per affrontare il tutto, dunque, è necessario separare e sviscerare disgiuntamente la riforma Gelmini, ovvero il decreto legge 137, e la legge 133 (legge Tremonti o ex Brunetta). Si ricorda che tutte le leggi o decreti-legge citati nell’articolo sono consultabili a questo link o direttamente sul sito della Camera.

Decreto legge 137. Le ragioni del no vertono essenzialmente sul punto in cui il decreto-legge parla di “maestro unico”. Per quanto durante le dichiarazioni e le conferenze si sia trasformato in “maestro prevalente”, nel decreto si cita esplicitamente un “maestro unico” che dovrà insegnare anche materie quali tra le altre l’inglese. Proprio sull’inglese, per esempio, nel Piano programmatico si parla d’insegnamento affidato a un insegnante di classe formato da docenti di lingua della scuola secondaria in 150/200 ore. Dopo questo tipo di formazione i docenti saranno preferibilmente impiegati, già dal prossimo anno scolastico, nelle prime due classi della scuola primaria. Questo, precisano i contrari, è indicativo del livello qualitativo. Chi potrà, dunque, si rivolgerà altrove per colmare le lacune pagando per un servizio ora offerto gratuitamente a tutti.

In sunto e senza entrare nel tecnico-specifico, per il raggiungimento dello stesso orario attuale il fronte dei no contesta che il tempo aggiuntivo ipotizzato oltre le 24 ore settimanali non sarà più unitario ai fini del programma; e in più, con l’eliminazione della compresenza degli insegnanti e delle ore di programmazione e coordinamento con gli altri docenti di istituto, la qualità sarà differente. Sempre che questa “più ampia articolazione del tempo-scuola” sia attuabile e con l’incognita che pone le famiglie meno abbienti in cui entrambi i genitori lavorano in una situazione di criticità.

Altra matassa e altro groviglio sono rappresentati dalla legge 133. Le proteste vertono essenzialmente sull’articolo 16 di questa legge e su due parti dell’articolo 66 (comma 7 e comma 13) e provengono dal mondo universitario.

1) Riduzione del Fondo per il finanziamento ordinario delle Università (Legge 133 art. 66 comma 13)

Ovvero riduzione pari a un quinto, senza dimenticare che le università possono richiedere come tasse agli studenti il 20% dell’ammontare dei finanziamenti che il governo elargisce. Questo implica, sostengono i contrari, che il taglio rappresenti non un quinto, ma ben un quarto tra raccolta diretta e indiretta.

2) Applicazione del turn-over ridotto (Legge 133 art. 66 comma 7)

Dunque a conti fatti meno stipendi e meno spese (una singola assunzione ogni 5 pensionamenti). Quanto “risparmiato” però non rimarrà alle università il cui unico vantaggio, se di vantaggio si può parlare, è quello di averli economizzati senza poterne nell’immediato usufruire e con l’incognita di venirne forse in possesso nel futuro. Queste in breve le motivazioni del no relative a questo comma, senza affrontare complicate ripercussioni e possibili scenari nelle singole strutture.

3) Trasformazione delle università in fondazioni (Legge 133 art. 16)

L’articolo più contestato. Sebbene in Italia ci siano già fondazioni, queste affiancano le università non sostituendosi ad esse. Tutto ciò esula dalle preferenze personali tra pubblico e privato perché l’istruzione universitaria e la ricerca dovrebbero essere un bene non affidato alle speculazioni di singoli istituti, sostengono i contrari.

Nello specifico la possibilità prevista dalla legge per le università pubbliche di trasformarsi in fondazioni di diritto privato potrebbe determinare un ulteriore aumento delle tasse universitarie e la suddivisione in atenei di serie A, più “spendibili” – e quindi in grado di procacciarsi fondi privati – e atenei di serie B, dove reperire finanziamenti sarà più arduo, se non impossibile. Si aggiunga, dicono i ‘no’, che questo porterà alla fine dell’autonomia nella didattica e nella ricerca, condizionate entrambe dalle scelte imposte dai finanziatori privati.

Facilmente commentabile, infine, il punto riguardante gli atti di trasformazione e trasferimento degli immobili.

A tutto ciò si aggiungono la Proposta di legge d’iniziativa del deputato Aprea che in sunto prevede la possibilità per ogni istituzione scolastica (quindi non solo l’università) di costituirsi in fondazione avendo enti pubblici e privati come partner e la mozione Cota concernente iniziative in materia di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell’obbligo che, in sintesi, rivede il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, “favorendo” (dal testo) il loro ingresso previo superamento di test e specifiche prove di valutazione. Gli studenti che non supereranno le prove e i test saranno inseriti in classi ponte propedeutiche all’ingresso nelle classi permanenti. Tale ingresso, è precisato, non potrà avvenire oltre il 31 dicembre di ciascun anno e la distribuzione degli stessi sarà proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe. I contrari si interrogano su dove saranno dirottati gli studenti stranieri nel caso in cui le scuole territoriali più vicine alla residenza abbiano già superato tale proporzione. Altro dubbio concerne la previsione, sempre all’interno della mozione, di un eventuale maggiore fabbisogno di personale docente da assegnare a tali classi alla cui copertura finanziaria si provvederà mediante finanziamenti da iscrivere annualmente nella legge finanziaria.

Nota che lascia alquanto basiti i contrari è poi il paragrafo in cui, dopo la premessa relativa alla Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia che sancisce il principio in base al quale tutti devono poter contare su pari opportunità in materia di accesso alla scuola e di riuscita scolastica e di orientamento, si dichiara che la scuola italiana deve essere in grado di supportare una politica di “discriminazione transitoria positiva” a favore dei minori immigrati con l’obiettivo della riduzione dei rischi di esclusione.

Per concludere, all’interno del decreto legge n. 154 del 7 ottobre 2008 (Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria), c’è un articolo che fissa al 30 novembre di ogni anno l’ultimazione dei piani di ridimensionamento delle istituzioni scolastiche ovvero di chiusura o d’accorpamento degli istituti più piccoli.

La materia è complessa e si dipana su più documenti. La situazione è comunque in continua evoluzione ed è di poche ore fa la dichiarazione fatta dal ministro dell’Istruzione che ha annunciato la convocazione di tutte le associazioni degli studenti, degli insegnanti e dei genitori, con la volontà di creare le condizioni di un confronto. Così si augurano coloro i quali a questi provvedimenti si oppongono perché sostengono il diritto a un’istruzione qualitativamente valida, garantita e accessibile a tutti e che vedono nei tagli dei costi, nella privatizzazione e nello smembramento del sistema nazionale, un deterioramento della qualità della scuola pubblica.

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