Il cinema ‘serve’ la lirica: ‘La Bohème’ misconosciuta di Luigi Comencini

Il cinema ‘serve’ la lirica: ‘La Bohème’ misconosciuta di Luigi Comencini

TORRE DEL LAGO (Lucca) – La rassegna Puccini al Cinema – Frame by Frame, iniziativa cinematografica realizzata in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita del Maestro, ha offerto al pubblico, ieri sera (martedì 5 agosto), la proiezione del film La Bohème di Luigi Comencini, una delle ultime pellicole del regista incomprensibilmente ostracizzata all’epoca. Un’autentica rarità per un’occasione unica.

Nell’allestire iniziative di matrice culturale i soldi sono certo importanti, ma la competenza, l’amore e la serietà dei curatori travalica senza dubbio la centralità della mera questione pecuniaria. Questo il pensiero dinanzi alla qualità evidente, palpabile, di Puccini al Cinema – Frame by Frame, per ciò che concerne la mostra iconografia sulla “presenza pucciniana” nell’ambito della settima arte ma, soprattutto, per la ricca rassegna di proiezioni (peraltro gratuite!) realizzata dal professor Pier Marco De Santi.

Il film presentato ieri sera, La Bohème di Luigi Comencini, rappresenta un caso piuttosto controverso, sia dal punto di vista produttivo sia per gli esiti, commerciali e umani, che ne sono conseguiti. “Un capolavoro misconosciuto” già all’epoca (siamo nel 1987), s’affretta a precisare De Santi, tra i pochi a salutare la pellicola con favore, in controtendenza rispetto a un ambiente sfavorevole che considera Comencini, senza generosità e riconoscenza, un autore in declino. Nella gradevole prolusione antecedente al film, il professore ne elenca i pregi, sottolineando con forza la maestria d’un regista che mantiene una grande misura narrativa, riuscendo a servire l’opera pucciniana, dischiararla anche allo spettatore digiuno di lirica. Purtroppo, l’operazione non si salva dal fallimento, decretato più dalla nulla difesa da parte della Rai produttrice e finanziatrice che dalla generale accoglienza negativa: vista la mal parata, infatti, la tv di Stato opta per il basso profilo ed evita l’uscita nelle sale, impedendo un’eventuale rivincita del film al botteghino. Strano modo di supportare un proprio prodotto. Tutto questo coincide, per Comencini, con un’atroce delusione umana e la scelta di concludere la collaborazione con la Rai, che nel passato aveva fruttato l’indimenticabile Pinocchio sia televisivo sia cinematografico.

La visione del film evidenzia sia gli aspetti progressivi, e misconosciuti, enunciati da De Santi sia alcuni limiti, connessi al mutare di mezzo espressivo: l’opera lirica sfrutta grandemente i mezzi teatrali e, dunque, una fissità e monumentalità di quadro che, al contrario, il cinema non presenta. Da un punto di vista puramente tecnico, scena e grande schermo sono agli antipodi: nel primo il punto di vista è di necessità, fisica e psicologica, molteplice (quanti sono gli spettatori), nel secondo, invece, è unico, poiché tutto è guidato dall’occhio del regista che coincide con l’obiettivo della telecamera. In questo senso, il cinema è parente del romanzo, là dove il regista coincide con lo scrittore, mentre il teatro, di cui la lirica è costola a sé stante ma inscindibile, sfugge a ogni tentativo di riduzione data la sua infinità di punti d’osservazione e codici d’analisi. Ovviamente non si tratta di tradurre tale differenza su una scala di valore, ma di descrivere un’alterità che, troppo spesso, viene ignorata.

La Bohème comenciniana è un film musicale che sfrutta completamente il componimento d’origine: non opera filmata, bensì melodramma trasposto su un set d’impronta realistica (scene di Paola Comencini, costumi di Carolina Ferrara). Il primo dato oggettivo della pellicola è l’accelerazione dell’esecuzione diretta da James Conlon: la partitura pucciniana ha un respiro alterato rispetto alle versioni sceniche, acquistando così una rapidità e brevità complessiva, che ne favoriscono ulteriormente la fruizione. Per quanto storia e comprensibilità non ne risentano, la velocità d’esecuzione finisce per affievolire l’intensità emotiva di alcuni momenti particolarmente introspettivi.

Comencini segue lo scalcinato quartetto d’amici (uno degli aspetti di maggior godibilità anche nel dettato pucciniano) mettendo la tecnica cinematografica al servizio della vicenda: il frequente uso di primi piani e controcampi gli è necessario a delineare la psicologia di Rodolfo (Luca Canonici, doppiato dal canto vibrante e dal fraseggio limpido di Josè Carreras, che non partecipa alla riprese per motivi di salute), Marcello (Gino Quilico)e gli altri amici, nonché a sottolineare i moti del cuore dell’intensa Mimì di Barbara Hendricks. All’epoca d’uscita del film, è motivo di polemica alquanto insulsa (unitamente al doppiaggio con la voce di Carreras, ritenuto, non si sa perché, alla stregua di una vergogna) l’impiego di questo ottimo soprano di pelle scura e nazionalità australiana: insulsa in primo luogo perché la sua recitazione (certi sguardi, certi scarti del viso, una sfuggevolezza struggente) è uno dei migliori aspetti del film, in seconda istanza perché, al di là dello scontato antirazzismo, un’africana a Parigi negli anni Dieci (Comencini posticipa di vent’anni circa l’intera vicenda, tanto che Marcello è pittore cubista…) non è poi così improbabile, se si tiene conto del colonialismo.

Attraverso le inquadrature, la fotografia e l’uso del trucco, la versione di Comencini aderisce perfettamente a ciò che Puccini desidera trasmettere con la propria musica: divertenti quadretti tra amici squattrinati, anche di fronte a condizioni di vita avverse; struggenti duetti amorosi tra la delicata Mimì e il sognatore Rodolfo, contrapposti alle colorite schermaglie tra l’indomita Musetta e l’irruento Marcello; l’avvicinarsi inesorabile della morte, che getta i protagonisti in una disperazione di fronte alla quale è impossibile non commuoversi. Il film non tradisce, quindi, l’originale, costituendo una sorta di omaggio alla grandezza compositiva del Maestro, vera e propria protagonista dell’operazione.

La fotografia di Armando Nannuzzi (vecchio arnese del mestiere, quasi cento titoli in carriera tra cui svariati capolavori) illustra una Parigi naïf, da cartolina popolana: i colori virano spesso al pastello, sposando alla perfezione l’atmosfera di fiaba realistica descritta dall’ariosa scrittura pucciniana. Di certo il film non delude in sé e l’affossamento subìto appare del tutto ingiustificabile, soprattutto se si pensa i disastri finanziati e proposti negli anni a seguire, con una serie di fiction squalificanti, mal pensate e peggio realizzate. D’altro canto, il film subisce assai la potenza delle musiche, soccombendo, in qualche misura, rispetto alle trame sonore percorse con leggerezza e vigore dall’Orchestra Nazionale di Francia (cui s’affianca il Coro di Radio France).

La forza evocatrice, e antinaturalistica, della lirica (pur in un’opera d’impianto a suo modo realistico come La Bohème pucciniana) meriterebbe forse una maggior visionarietà nella traduzione filmica, un azzardo netto, scelte coraggiose e sorprendenti (si pensi a certi esiti di Stanley Kubrick, Carmelo Bene ma anche di Pier Paolo Pasolini…). È d’altro canto evidente come lo scopo di Comencini, e del committente Toscan du Plantier, sia tutt’altro: realizzare una pellicola delicata, commovente, che possa servire l’opera in modo misurato (come nella tradizione di lungometraggi melodrammatici di Carmine Gallone), ignorando l’assunto, ma si tratta di un’evidente scelta di poetica da parte del cineasta, per cui per essere fedeli bisogna tradire. Un’operazione, quella del “servizio”, che a Comencini era riuscita meravigliosamente (non senza essersi arrogato sensibili e azzeccate libertà) con il bel Pinocchio del 1973, l’unico decente mai prodotto in cinema e tv, ma che in quest’occasione, pur non condividendone le stroncature volgari e violente, non sembra aver colto nel segno.

Puccini al Cinema – Frame by Frame prosegue stasera con Tosca di Carmine Gallone, del 1956: agli spettatori che converranno presso l’Auditorium del Nuovo Gran Teatro all’Aperto, la Fondazione Festival Puccinianooffrirà in via gratuita ed eccezionale biglietti per la replica di Edgar del 16 agosto, in “risposta” all’iniziativa intrapresa dall’Università di Pisa che, visti gli ottimi esiti della rassegna cinematografica coordinata da Pier Marco De Santi, aveva offerto ingressi omaggio per la medesima serata agli spettatori di Harakiri (Fritz Lang, 1919) in programma lo scorso lunedì 5 agosto.

La Bohème
(1987)
Origine Francia, Italia
Colore C
Tratto da libretto d’opera di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica ispirato al romanzo Scene dalla vita di Bohème di Henri Murger
Produzione COMPAGNIE GENERALE D’IMAGES, ERATO FILM, S.F.P.C., TRAVELLING PRODUCTION, LA SEPT (PARIGI), RAI – RADIOTELEVISIONE ITALIANA, VIDEOSCHERMO (ROMA), IN COLLABORAZIONE CON SOFINERGIE, SOFICA CREATIONS, AIR FRANCE

Regia Luigi Comencini

Attori
Barbara Hendricks – Mimì
Gino Quilico – Marcello, il pittore
Luca Canonici – Rodolfo, il poeta (voce di José Carreras)
Angela Maria Blasi – Musetta
Richard Cowan – Schaunard
Francesco Ellero D’Artegna – Colline
Federico Davia – Benoit
Mario Maranzana – Alcindoro
Ciccio Ingrassia – Parpignol
Massimo Girotti – Il signore

Soggetto e sceneggiatura: 
Giuseppe Giacosa e Luigi Illica (libretto d’opera), Henri Murger (romanzo), Luigi Comencini, Francesca Comencini

Fotografia: Armando Nannuzzi

Musiche: Giacomo Puccini, dirette da James Conlon

Montaggio: Sergio Buzi, Reine Wekstein

Scenografia: Paola Comencini

Arredamento: Claude Suné,  Luca Gobbi

Costumi: Carolina Ferrara

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