Vistro da destra: “La vera questione è la selezione della classe politica”

Vistro da destra: “La vera questione è la selezione della classe politica”

LUCCA – “Le prerogative parlamentari, considerate nel loro complesso sistematico e cioè l’autonomia regolamentare, il potere di auto-organizzarsi, il principio degli interna corporis, l’autonomia finanziaria e contabile, il sistema di immunità personali e di sede, la verifica dei poteri e la stessa indennità parlamentare, sono tutti istituti che fanno corpo per assicurare, con disposizioni quasi sempre di rango costituzionale, lo spazio necessario alla libera esplicazione delle funzioni parlamentari.  Questa straordinaria combinazione di misure – che comportano deroghe rilevanti al regime ordinario – trova fondamento da un lato nella necessità che il processo di decisione parlamentare si svolga in condizioni di assoluta e reale indipendenza, dall’altro nel ruolo centrale che il Parlamento assume rispetto agli altri poteri dello Stato”.

 

Così si espresse, nel 1982, Nilde Iotti, icona della tradizione comunista che è sfociata nel peggior partito dall’unità d’Italia in poi, ovvero nel Pd. Di acqua ne è passata sotto i ponti e evidentemente gli epigoni di quella famiglia politica, accodandosi al vento dell’antipolitica che spira forte, si sono ricreduti e hanno deciso di metter mano ai vitalizi dei parlamentari, in questo seguiti da molte altre forze politiche. Sia chiaro: i cospicui assegni, in questo momento di crisi pesante, sono uno schiaffo al Paese. Ma il punto pare essere un altro. E va ben oltre la questione dei vitalizi. Innanzitutto, si deve ragionare sul costo della politica. Chi lo deve pagare?

 

La strada del finanziamento pubblico, ci hanno fatto credere, è la peggiore. Terribile che la comunità paghi i propri rappresentanti: così ci dicono da tempo. E sui mezzi di informazione esperti di ogni risma, sociologi, politologi e chi più ne ha più ne metta si affannano a rimarcare il peccato originale della politica pagata con fondi pubblici. Peccato, e certo non casualmente, si scordino di sottolineare come si conclude la filastrocca. Ovvero che i politici, se non vengono pagati dai cittadini, vanno direttamente a libro paga di lobbies (italiane e estere) e interessi nascosti più di quanto già accade. Ovvio che l’interesse pubblico, già fortemente compromesso dal funzionamento delle democrazie parlamentari che sono sempre più aule sorde e grigie, come sottolineò perfettamente il presidente del consiglio in carica dagli anni ’20 a quelli ’40 del secolo scorso, va definitivamente a farsi benedire. Dunque, se è più che giusto parlare del quantum, non lo è, a nostro avviso, mettere in discussione il principio: chi rappresenta la comunità deve essere retribuito. E deve maturare un vitalizio per il periodo che siede nell’organismo elettivo. Altrimenti, parliamoci chiaro, il rischio è che alla politica si avvicinino soltanto persone senza arte né parte. Improvvisati che non hanno nulla da perdere, sanculotti animati solo da invidia e risentimento mentre le forze migliori, ma anche chi ha redditi normali e un’attività da gestire, se stanno ben lontane.

 

Questa è la strada maestra, per far sì che chi entra in politica si limiti a fare il cameriere della finanza. E cosa fa il politico una volta chiusa la sua esperienza? Torna a fare quello che faceva prima. Giusto. Ma con due osservazioni. La prima. Se prima non faceva nulla o quasi, ovvio che farà l’impossibile per rimanere attaccato alla poltrona di turno. La seconda. Se la remunerazione per il posto di parlamentare è molto inferiore alla retribuzione che il soggetto percepisce nella vita professionale, ecco che torniamo da capo: non entrerà in politica. E’ un equilibrio difficile, ne siamo consapevoli. Nessuno, meno che mai noi, pensa a una politica di stampo ottocentesco in base al censo, ma il problema su chi e perché entra in politica va posto. Limitarsi a gridare ai costi della politica ci pare indicare il dito e non la luna. Ci pare solo una ventata di antipolitica destinata a rafforzare il sistema usurocratico che vuole, e sempre più gestisce, la politica in veste ancillare. Il problema è semmai chi entra in politica, quali sono i criteri di selezione (inesistenti) e quali le tenute etiche, ripetiamo: etiche, di chi ci si butta. Questa è una classe dirigente, non mettetevi a ridere, per favore, se usiamo una espressione impropria, che nel 2016 ha speso, soltanto a Montecitorio, 10 milioni di euro in viaggi.

 

Il problema nasce da lì. Più che politici abbiano davanti politicanti di bassa, bassissima, risma. Tutto il resto è una conseguenza. Che porta, persino, a garantire privilegi non solo ai parlamentari, ma anche a chi lavora in parlamento. Tra essi, c’è chi si gode retribuzioni sino a 240mila euro, può andare in pensione a 65 anni e conserva il posto per tre anni in caso di malattia. Ci fermiamo qui per non guastarvi il sangue. Il sangue, invece, dovrebbe essere pronta a versarlo, per l’Italia, la classe dirigente. C’è chi lo ha fatto in passato, pur avendo opinioni e storie diverse, lasciateci la speranza, per dirla con De Andrè, che da questo letame nasca un fiore. Del resto, l’Italia ha risorse nascoste che nei secoli hanno stupito il mondo.

 

Fabrizio Vincenti

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