Umberto Franchi: ‘Il salario minimo legale e il contratto sulla produttività aziendale’

LUCCA – Ho ascoltato su LA 7 , Renzi sostenere che il PD propone a completamento del JOBS ACT , un salario minimo di legge pari a 9 o 10 euro l’ora, per fare aumentare i salari.
Anche l’ex Ministro del lavoro di centrodestra Sacconi esulta dicendo che e’ una scelta “liberale” che offre un pavimento inderogabile con la fissazione di un salario orario minimo.
Infine il M5S, risponde rivendicando la primo genitura della proposta… dicendo che Renzi cerca di recuperare credibilità copiando le proposte del Movimento 5 stelle;
C’e’ da domandarci, perche’ ora tutti vogliono il salario minimo per legge ?
La risposta la da Pietro De Blasi, il responsabile delle relazioni industriali delĺ FCA ex Fiat. Secondo lui in Italia e’ il Contratto Nazionale che ha conseguenze negative sull’inelasticita’ dei salari, per cui ben venga una legge sul salario minimo e dopo le imprese potranno elargire il salario in base alle loro discrezionalità , senza piu il sindacato che reclama il Contratto nazionale…
Ecco spiegato il motivo … isolare il sindacato …. toglierlo dai “coglioni” con la possibilità delle imprese di rapportarsi individualmente con i lavoratori… e puntare ad eliminare il Contratto di lavoro Nazionale, per spostare tutto sulla produttività aziendale.
Nella contesa mondiale per accaparrarsi i mercati, il Capitalismo moderno usa anche la produttività. Essa è lo strumento di una battaglia il cui fine non è certo l’elevamento delle potenzialità dell’Uomo, ma ha quale scopo, la maggiore concorrenza per la conquista di nuovi mercati economici cercando di sconfiggere l’avversario, sia esso un gruppo economico o un altro Stato.
In Italia (ma anche in altri Paesi Europei) nei rinnovi contrattuali i lavoratori sono considerati solo oggetti da utilizzare e trascinare nella logica della competizione.
La Commissione dell’Europa dei mercati, la BCE, ed il Fondo monetario internazionale hanno chiesto ai vari governi di attuare delle “raccomandazioni specifiche” che vanno oltre le “riforme del mercato del lavoro” (Jobs Act), per approdare (nella prossima tappa) alla rimodulazione dei vari aspetti contrattuali, cancellando di fatto il contratto nazionale a favore di quello aziendale tutto basato sulla “produttività”.
Da alcuni anni sia la Confindustria, nella sua Assemblea annuale, sempre alla presenza dell’intera “classe dirigente economica, istituzionale, politica e sindacale”, nonchè Mario Draghi , presidente della BCE come ebbe a dire nell’Assemblea della Confcommercio, lanciano l’idea dell’abolizione dei Contratti Collettivi Nazionali, sostituendoli con quelli aziendali, sapendo di trovare terreno fertile in Renzi… ma anche nei governi di Centrodestra o del M5S.
Del resto, la Commissione Europeaa dopo le elezioni alzarà subito il tiro sul debito pubblico chiedendo il rispetto del “Fiscal Compacit” con la riduzione in 20 anni del debito pubblico al 60%, e chiederà all’Italia di varare altre “riforme”, tra cui l’abolizione dei CCNL, per sostituirli con quelli aziendali basati sulla “produttività”, come richiesto dai poteri forti.
Ma cosa significa ciò? Di quale produttività si parla in Italia?
Purtroppo assistiamo a una feroce manipolazione della parola produttività, nascondendo il vero fine che è quello di un ulteriore declassamento del mondo del lavoro.
– Prima considerazione:
Anche nell’ipotesi che il contratto Nazionale continuasse ad esistere, legiferare una norma sul salario minimo di legge, e sui contratti legati alla produttività aziendale, significa fare prevalere le norme stabilite nel contratto aziendale anche se diverse da quello Nazionale. Ciò vuol dire che in materia di organizzazione del lavoro, compresi gli orari, e gli stessi salari, (anche se non inferiori ai minimi di legge) , nei contratti azendali, vi possono essere condizioni meno favorevoli per i lavoratori rispetto al contratto Nazionale;
– Seconda considerazione:
i criteri di misurazione della produttività per concedere i premi aziendali, con gli sgravi fiscali disposti dal governo sui premi (10%), non riguarda gli incrementi produttivi dovuti ad eventuali investimenti tecnologici innovativi sugli impianti. I parametri verranno definiti dall’azienda in base all’attivo di bilancio aziendale, al fatturato per ogni dipendente (margine operativo lordo), all’incremento dei carichi e ritmi di lavoro, fino alla riduzione dell’assenteismo (cioè periodi di malattia). Quindi, di fatto, i lavoratori non avranno alcuna voce in capitolo perché, sostanzialmente, si tratta di un maggiore sfruttamento della forza lavoro;
– Terza considerazione:
In Italia solo il 20% delle aziende effettuano la contrattazione aziendale (37% in quelle metalmeccaniche). Al Sud la contrattazione aziendale è quasi inesistente, quindi la stragrande maggioranza dei lavoratori resterebbe esclusa senza alcun incremento salariale, con un minimo salariale ben al di sotto delle necessità, che si andrebbe a ridurre in progressione rispetto all’incremento del costo della vita.
Di fatto la competizione si baserebbe non sulla produttività, ma sull’abbassamento reale dei salari, come sta già avvenendo con i salari tagliati a causa della riforma del mercato del lavoro (Jobs Act), dove addirittura a centinaia di migliaia di lavoratori non viene nemmeno più dato un salario, ma dei “voucher”. In tal modo la fascia di povertà crescerebbe a dismisura a causa della mancanza di un contratto Nazionale Solidale e aumenterebbe anche la differenza salariale tra Nord e Sud ritornando alle vecchie gabbie salariali abolite con le lotte “dell’autunno caldo” del 1969.
– Quarta considerazione:
il paradosso è che, dopo anni di riduzione reale dei salari e delle pensioni (negli ultimi 20 anni complessivamente i salari e le pensioni sono state ridotte del 35%), la ripresa economica non c’è stata, anzi il PIL (negli ultimi otto anni di crisi) si è ridotto del 15%. Con i bassi salari e le basse pensioni sono stati frenati i consumi rallentando la ripresa. Va anche rilevato che non ci sono stati investimenti sostanziali innovativi sui prodotti e sui processi. Le imprese hanno preferito la “competitività bassa” ed effettuare attività speculative per non rischiare i propri capitali nelle attività economiche.
Ecco allora il perchè vogliono il salario minimo di legge e il contratto sulla produttività aziendale… è con questa impostazione che vogliono continuare… fino ad arrivare ad abolire anche il Contratto Nazionale.
Questo fatto di insistere sul salario minimo di legge e sulla tematica della produttività aziendale mistificando, non dimostra solo la debolezza del sindacato che non sa più alimentare il conflitto tra capitale e lavoro e che firma contratti senza incrementi salariali reali, ma anche che si tende a fare passare la cultura infame di coloro che sostengono che i lavoratori con il contratto nazionale sono dei privilegiati e che, quindi, devono dare qualche cosa a chi non ha un contratto o è precario, cosa che come ben sappiamo non avverrà mai perché ciò che le aziende risparmiano si traduce solo in profitto.
Credo che oggi la scelta per i lavoratori non può essere che quella di respingere le “sirene” del salario minimo di legge e “la battaglia sulla produttività aziendale” puntando a un vero contratto Nazionale, solidale, in grado di incrementare fortemente i salari per tutti i lavoratori, (anche nelle piccole aziende) migliorare i diritti, le normative, le professionalità, sapendo che ciò sarebbe utile non solo alle magre entrate dei salariati, ma agli stessi imprenditori che da forti incrementi salariali sarebbero spinti a fare investimenti seri ed ad innovare nell’alta gamma.
Purtroppo quello che manca in Italia, non è soltanto un sindacato all’altezza della situazione in grado di contrattaccare con una vasta lotta su un progetto alternativo a quello padronale. Manca anche una sinistra vera che, a partire da quella dei movimenti, sappia cosa proporre in alternativa, che abbia un progetto economico, ambientale, sociale, culturale, radicalmente diverso, che sappia farsi carico della centralità del lavoro anche attraverso una ricostruzione sociale e culturale in grado di coinvolgere le classi sociale più deboli a partire da quella lavoratrice. Io non vedo questa sinistra alla sinistra del PD se facciamo eccezione per “Potere al Popolo” che però non ha molte speranze di andare oltre il limite del quorum e quindi (purtroppo) destinato a fare testimonianza.

Umberto Franchi

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