Turismo, business e qualità della vita un confronto sulle esigenze diverse

Turismo, business e qualità della vita un confronto sulle esigenze diverse

LUCCA – C’è timore ad affrontare senza reticenze il tema sotto gli occhi di tutti: le due diverse concezioni del ruolo della città, in particolare del suo centro storico, tra chi ci vive e comunque lo concepisce come luogo di storia, cultura, buon vivere, servizi e commerci, e chi lo “usa” un certo numero di ore al giorno come il miglior punto per fare affari. Non è un caso che nei giorni del successo ormai abituale – merito indubbio degli organizzatori – dei Comics e, poco prima, del concertone dei Rolling Stones esploda la polemica sull’aumento della tassa del suolo pubblico, sulla convenzione con il patron del Summer Festival che già lavora ad altri megaconcerti, sul disagio dei residenti e di chi ancora, pochi, fruisce della città non soltanto per un aperitivo o per assistere ad una manifestazione.
L’impressione è che il mondo della politica e delle amministrazioni, ma anche quello delle categorie imprenditoriali e della cultura, preferisca però nascondere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che affrontare un problema di difficile soluzione, certo, ma non più eludibile.
Potrebbe e dovrebbe allora essere anche questo un tema al centro degli Stati generali della Cultura che la Consulta comunale sta mettendo in cantiere. Ma se non è ritenuto quello il luogo adatto, andrà pur trovata una sede in cui le diverse concezioni possano confrontarsi per vedere se e come è possibile trovare una mediazione che consenta da un lato di non disperdere le opportunità di lavoro – e anche guadagno e ricchezza, non è un delitto che ciò avvenga – portate dal boom del turismo che ha oggettivamente travolto la città, mutandola radicalmente anche nelle sue abitudini e nei suoi costumi, dall’altro di avviare l’opera di recupero di rivitalizzazione che non può non passare dal ritorno di funzioni, residenza e servizi.
Tutte le indagini di mercato e studi di Università concordano nel fatto che il successo di Lucca come nuova capitale del turismo è dovuto non soltanto alle sue bellezze, alla sua cultura, alla sua storia e ai suoi monumenti, ma anche e forse di più al fatto che ancora non è una città falsa, morta, aperta solo nelle ore del flusso turistico. Una identità vincente – insieme alla cura di un territorio ricco di altre attrattive oltre al centro storico (se il cemento non le distruggerà del tutto) – oggi fortemente indebolita. E il rischio che questa diversità rispetto a tanti altri centri d’arte concorrenti sia definitivamente perduta dovrebbe preoccupare anche chi vive di turismo. Gli esempi di rapido abbandono da parte dei flussi di massa di località non più attraenti e vivibili e sempre più omologabili alle altre dovrebbero far riflettere.
In questa chiave, è giusto chiedersi se la concessione del suolo pubblico per le attività dei locali non debba conoscere limiti e se non sia arrivato il momento di valutare come evitare che Lucca diventi  una enorme mensa. Ma il modo in cui l’amministrazione comunale sta affrontando la questione lascia qualche perplessità. Se gli aumenti consistenti in arrivo hanno lo scopo, come pare di capire, di indurre i titolari degli esercizi pubblici a ridurre lo spazio riservato ai tavolini all’aperto, era forse più opportuno rivedere i criteri sulle quantità  di suolo pubblico che possono essere concesse in base alle superfici coperte dei locali, alla loro ubicazione, all’impatto con il patrimonio architettonico, allo spazio che lasciano ai mezzi  di soccorso e alla sicurezza in generale. Così come è stata annunciata, la misura appare soprattutto un balzello per fare cassa.
Ecco un altro motivo che renderebbe opportuno trovare il luogo in cui possano essere meglio illustrate le misure che l’amministrazione comunale ha in mente per porre un argine ad una deriva che non è oggettivamente possibile negare, lasciando al tempo stesso a chi intraprende l’opportunità di guadagnare e di  dare lavoro, ma pensando anche alle altrettanto legittime esigenze di chi vive la città, residente o meno che sia. E di chi volentieri vorrebbe comprare casa dentro le Mura, non solo  per affittarla ai turisti.
Vedremo nei prossimi giorni se (complici le elezioni in arrivo) su questi temi si saprà e vorrà ragionare senza pregiudizi. Intanto potrebbe contribuire a parlare sulla base di dati certi, e non di simpatie o antipatie, la pubblicizzazione del rapporto costi-benefici che l’amministrazione comunale, e quindi i cittadini tutti, devono poter valutare con cognizione di causa. Ci sono eventi fondamentali per il turismo, non rinunciabili, ma che per mesi, da giugno a novembre, occupano grande parte della città  creando un gran  lavoro alla macchina comunale che, ridotta ai minimi termini, poco altro riesce a fare. Al disagio del caos, della sosta e della viabilità, si aggiungono anche rallentamenti nel funzionamento di tanti settori del Comune, per il quale certi eventi sono diventati la priorità assoluta.
E’ troppo insistere perché la città conosca costi, impegni e bilanci delle manifestazioni che portano lavoro e benessere, ma anche disagi per almeno alcune fasce dei cittadini e superlavoro per gli apparati pubblici che seguono organizzazione, allestimenti, modifiche nella viabilità e misure di sicurezza?

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2 Commenti

  • Stefano Filippelli
    6 novembre 2017, 17:09

    E’ vero, allo stato attuale ci sono due concezioni della città e difficile è renderle compatibili. Il ‘ma anche’ in questo caso non è affatto detto che funzioni. Ben venga, quindi, una discussione su che fare, su quale profilo economico, sociale e urbanistico dovrebbe avere Lucca in futuro. Ma se si continua a ragionare in termine di portatori di interessi corporativi, per giunta immediati, si può anche andare avanti per un po’ in un compromesso fra le diverse componenti cittadine, ma si fa un danno alla città stessa, danno che rischia di divenire irreversibile. Si è fatto cenno a una distinzione tra due diverse concezioni del ruolo della città, in particolare del suo centro storico, tra chi ci vive e comunque lo concepisce come luogo di storia, cultura, buon vivere, servizi e commerci, e chi lo “usa". C’è però anche una terza via (tertium datur in questo caso) di cui si parla poco e che riguarda lo sviluppo sostenibile di un centro storico e dei suoi quartieri periferici, che trova numerosi riscontri in Italia e all’estero. Tornerò più sotto su questo punto. Mi preme solo dire che per aprire una riflessione che tenga conto di possibili alternative ai modelli finora invalsi nel dibattito pubblico, occorra un salto di qualità in termini ‘culturali’ che finora a Lucca è mancato. Quando si dice culturale si intende cultura in senso antropologico, qualcosa che ha a che fare con la vita e la crescita di una comunità, dell’essere cittadinanza. Lontana, certo, da una visione aristocratica, elitaria, antipopolare a cui qualcuno ha alluso, allorché si avanzavano critiche e si sollevavano perplessità circa l’uso degli spalti per il recente concerto dei Rolling Stones. Anzi in quel caso l’alto prezzo dei biglietti, la presenza delle tribune vip, la divisione degli spettatori per censo, erano esattamente l’opposto di ciò che si voleva dimostrare: ovvero una manifestazione popolare. E il maldestro tentativo dell’organizzatore di giustificare, chiamiamoli così con un eufemismo, disfunzioni e disagi come se fosse un happening era patetico: bisognerebbe informarsi per sapere cos’è un happening. Si dice cultura, quindi, intendendo non tanto una somma di eventi, spettacoli, mostre ecc., quello che oggi viene definito marketing culturale, quanto un modo di vivere della città alto, dalla forte impronta etica e tollerante, non sempre e necessariamente dall’immediato ritorno economico. La scuola, in primo luogo, è o dovrebbe essere uno dei luoghi precipui di acquisizione e trasmissione del sapere tale da essere tenuto in massima considerazione da una comunità che vuole ritenersi civile. La scuola vuol dire luoghi dove interagiscono diverse istituzioni, da quelle più propriamente scolastiche, alle biblioteche, ai musei e ai luoghi preposti allo spettacolo in un "contesto", questo sì, che fornisce l’identità e l’immagine stessa della città. Occorre cambiare il punto di vista: vedere Lucca, proprio per le sue caratteristiche storiche e artistiche non tanto e non solo come un terreno di scorrerie per i megaeventi che ne snaturano il profilo, quanto un luogo vissuto dalla sua comunità in modo "culturale" a vantaggio dei cittadini residenti ma anche di studenti verso i quali, sulla falsa riga dell’IMT, si dovrebbe andare verso una proposta di offerta universitaria o parauniversitaria con particolare riferimento agli studi artistici, che ne consenta la permanenza per diversi mesi l’anno. Ciò produrrebbe effetti positivi in termini di centro vivace vissuto in modo continuo, con una presenza di un economia sostenibile per tanti esercizie, inclusi laboratori specializzati in nuove tecnologie a servizio della ricerca. Bisogna cioè uscire dalla logica delle due concezioni di cui si diceva all’inizio. Lucca non deve essere un luogo ripiegato su se stesso ma neppure oggetto di incursioni che mirano a sfruttarla come un limone da spremere, che ne snaturano l’identità, la danneggiano e poi la lasciano abbandonata a sé stessa, come violentata. Diceva Hannah Arendt che di fronte a due conflitti di interesse – qui le due concezioni sul futuro di Lucca – il comportamento e le argomentazioni non vanno famosi per la loro ‘razionalità’ perché – continua la Arendt – è contrario alla natura stessa dell’interesse di parte l’essere illuminato. Possiamo prendere come esempio dalla vita quotidiana il conflitto di interesse tra l’inquilino e il padrone di casa: l’interesse illuminato metterebbe l’accento su una costruzione adatta ad abitazione umana, ma questo interesse è piuttosto diverso e nella maggior parte dei casi divaricato: il padrone è interessato a un profitto elevato e l’inquilino a un affitto basso. Come si concilia questo con l’interesse di lungo periodo che è l’interesse ‘vero’ dell’edificio? L’io in quanto io non può pensare in termini di interesse di lungo periodo, vale a dire l’interesse di un mondo che sopravvive ai suoi abitanti: il degrado dell’edificio è una questione di anni; un aumento dell’affitto o un affitto poco profittevole riguardano l’oggi o il domani. E’ la reazione non molto nobile ma adeguta allo sfasamento nel tempo fra vite degli uomini e la vita un po’ diversa del mondo pubblico che sopravvive loro. Una concezione della città che si muove tra due poli in cui si coagulano interessi di parte inconciliabili e in contrasto con l’interesse pubblico non coglie la profondità del problema e aspettarsi che chi non ha la minima idea di cosa sia la cosa pubblica si comporti in modo lungimirante è pia illusione. Occorre pertanto un salto di qualità nell’affrontare questo tema che è vitale per il futuro di Lucca e dei suoi figli.

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  • AMMONIO
    5 novembre 2017, 02:33

    Un paio di decenni fa un amico lucchese in Firenze residente ebbe a dirmi che, secondo lui, i fiorentini erano una "tribù impazzita". A me pare che anche i lucchesi, oggi, quanto ad impazzimento non scherzino. Lucca, quarant’anni fa era una città del quotidiano, ovvero era vissuta ogni santo giorno, non solo dai residenti in centro, ma anche dai residenti dei quartieri esterni alle mura. Perfino gli abitanti delle zone più lontane del comune e dei comuni vicini non mancavano, almeno una volta ogni 15 giorni, di entrare nel centro di Lucca. Ebbene, dalla fine degli anni ’70 del passato secolo iniziò un’azione politica decisa per far diventare Lucca una città turistica e della domenica. Questa azione politica era fatta dalla progressiva riduzione del parcheggio disponibile e dalla progressiva eliminazione del parcheggio gratuito. Si spingevano poi i commercianti, allora riottosi a rinunciare al riposo domenicale, per attuare invece le aperture domenicali. Alle perplessità si rispondeva che Lucca doveva diventare, ogni domenica, come Montecatini e Viareggio. Quella azione politica fu una cosa indovinata?? Per me lo fu, in quanto oggi Lucca introita i soldi del turismo e questo è un bel vantaggio. Però due cose sono mancate ed oggi, fatalmente, ne paghiamo lo scotto. In primo luogo, chi diceva che Lucca doveva diventare come Viareggio avrebbe potuto osservare con attenzione la bella passeggiata a mare della città costiera. Su quella passeggiata di negozi ce ne son tanti e di vario genere, ma la percentuale di gelaterie, bar, tavole calde, ristoranti è molto alta. Moltissimi a Viareggio sono gli spazi occupati da sedie e tavolini, data la mitezza del clima, con qualche stufa e un po’ di protezione, anche in inverno. Che senso ha dunque oggi a Lucca strapparsi le vesti perché chi sono troppe attività legate alla distribuzione del cibo?? Che la politica fatta avrebbe portato a questo avremmo dovuto saperlo bene. L’altra cosa che è mancata è stato il difendere, parallelamente all’opera di trasformazione del centro di Lucca in luogo turistico e della domenica, il ruolo del centro quale luogo del quotidiano. Non solo il ruolo di Lucca quale luogo del quotidiano non è stato difeso, ma è stato progressivamente DISTRUTTO. Cosa si sarebbe dovuto fare per mantenere il centro quale luogo del quotidiano?? Alcune cose, ad esempio:

    – Mantenere il parcheggio libero e gratuito almeno all’esterno delle mura
    – Garantire il posto auto ai residenti mediante la realizzazione di apposite infrastrutture
    – Investire ancora di più sull’insediamento di ricerca e didattica universitaria in centro
    – Destinare un quartiere vicino alle mura, ma in centro (il Bastardo o Pelleria per esempio) all’insediamento artigianale
    – Fare in centro didattica atta a mantenere i mestieri antichi
    – Ridurre il costo dei permessi di accesso con i mezzi, sia per i residenti che per gli artigiani
    – Difendere il ruolo di Palazzo Ducale quale sede di tutte le attività pubbliche succedute alla provincia (consorzio di bonifica, uffici vincolo forestale, ecc.)
    – Fare musei seri (i musei non sono e non devono esser fatti per i turisti..poi se sono interessanti ci vanno anche i turisti ovviamente)
    – Far sviluppare il Mercato del Carmine ad un privato serio. Oggi si parla, tirandoci vangate di soldi pubblici, di farci qualcosa legato al…CIBO (oh decidetevi, le cibarie vi vanno bene o no?!?!).

    Di questo non si è fatto nulla, mentre si è spinto l’acceleratore su avere mostre e fiere continue e a queste attività si sono riservati anche spazi di altissimo valore architettonico (il Real Collegio e Palazzo Ducale su tutti…anche i tukul del Rolling Stones nel Cortile degli Svizzeri!!). Tutto bene, ma di cosa ci si lamenta ora???

    Quanto al pensare di proibire l’apertura di nuove attività o al tassare alla massima potenza quelle esistenti….beh, si tratta di provvedimenti ILLIBERALI e niente più. Cose INUTILI e anche DANNOSE.

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