Gas, acqua, rifiuti, sanità ai privati: davvero un vantaggio?

Gas, acqua, rifiuti, sanità ai privati: davvero un vantaggio?

LUCCA –  Non stupiscono affatto le resistenze di cittadini-utenti, sindaci, forze politiche e sindacati di fronte ai tentativi di accelerare i processi di totale o parziale privatizzazione di servizi pubblici essenziali come quelli della sanità, della raccolta dei rifiuti e delle forniture di acqua e gas. I fruitori finali hanno spesso riscontrato nell’esponenziale crescita negli addebiti in bolletta, nel calo della qualità, nella più illogica ubicazione, nei costi e nei tempi dei servizi cresciuti (soprattutto nella sanità) quanto si sia rivelata una chimera la tesi – alla base dei processi che dirottano sostanzialmente sui privati la gestione di servizi essenziali di pubblica utilità – che sarebbero migliorate le prestazioni, potenziati gli investimenti e ridotti i costi.

 

Non sarebbe male allora se chi ha il compito di passare alle scelte operative riflettesse bene sulle conseguenze, senza lasciare che tutto sia deciso dalla logica del mercato e del business. O dalle esigenze non della politica, ma dei ristrettissimi gruppi e lobby che governano i partiti. Ci sarà pure qualche motivo, al di là di possibili difese di interessi più o meno clientelari, se oggi anche tanti sindaci fanno le barricate per non portare le piccole aziende locali di smaltimento dei rifiuti nella megastruttura che l’Ato vorrebbe affidare alla gestione di una azienda sostanzialmente privata; se gran parte dei dipendenti, dei sindacati e delle forze politiche si oppongono alla cessione e allo smembramento della società del gas Gesam ad  aziende in cui la parte privata nei fatti prevale nella governance e nella determinazione di strategie, investimenti e tariffe; se tante proteste arrivano per il peggioramento evidente nell’assistenza sanitaria, dove si stentano a rilevare i vantaggi portati dai quattro nuovi ospedali di Massa, Luca, Pistoia e Prato e dove, in queste ore, si  registrano nuove contestazioni da parte di chi, come il gruppo Sì Toscana, spara a zero contro la scelta di procedere con project financing e, soprattutto, si allarma per l’ipotesi che il partner privato metta in vendita le strutture accessorie degli ospedali, dall’utilizzo delle quali si attendeva altri incassi.

 

E’ vero che l’opinione pubblica tende a diffidare di piccole aziende pubbliche locali, sospettando che possano essere utilizzate per piazzare personaggi della politica e raccomandati, con scarsa efficienza e altri costi in bolletta, ma non sempre il passaggio a più grandi aziende pubblico-private, guidate di fatto da questa seconda parte, assicurano i vantaggi tanto decantati. Non è difficile verificare come queste scelte portino spesso  a tagli sul personale, dettati più da criteri di  economicità che di necessità, e ad aumenti dei costi di servizi che non migliorano come ci si aspettava.

 

Anche alla luce di queste considerazioni Lucca, all’epoca guidata da Giulio Lazzarini e più tardi da Pietro Fazzi, si oppose con successo alla cessione della rete di un acquedotto che serve anche Pisa e Livorno, molto ambito da carrozzoni pubblici e grandi gruppi privati. Alla fine fu possibile mantenere la gestione autonoma cedendo una quota (importante) di minoranza ad un privato che gestisce il servizio, ma sotto una sorveglianza molto attenta del Comune. Questo sano modo di agire non pare però più di moda oggi, a giudicare dalla posizione sulla cessione della Gesam che tengono le stesse forze che difesero a spada tratta l’azienda dell’acquedotto comunale. Nemmeno questo sorprende: basta ricordare come all’allora sindaco Fazzi costò in breve tempo la poltrona e la carriera politica la scelta di mettersi di traverso alla cessione di quote Gesam all’Enel.

 

Prevedibili quindi i tentennamenti che si avvertono anche nel frenare ipotesi di cessione dei servizi non sanitari del nuovo ospedale. Tanto che non stupisce affatto la preannunciata interrogazione in Regione da parte del gruppo Sì Toscana (che segue altri interventi di forze politiche diverse) nella quale si contesta radicalmente il project financing, modello utilizzato per costruire quattro ospedali toscani, definendolo “un totale fallimento, economico e sanitario. Dopo gli inascoltati richiami della Corte dei conti, Astaldi ha annunciato la vendita entro fine anno dei quattro ospedali (Alpi Apuane, Lucca, Pistoia e Prato), a suggello di un percorso iniziato male e finito peggio. Chiediamo che mai più questo modello sia applicato, e vorremmo sapere se la Regione è al corrente dei piani di Astaldi o se ha invece completamente rinunciato a ogni ruolo di controllore del privato… Il modello di project financing è sempre sbagliato, perché illogico: se il progetto in cui il privato decide di investire è redditizio, allora tanto vale che le risorse le metta già, fin dalla fase iniziale, il pubblico. Altrimenti, come in questo caso, si arriva all’ennesima socializzazione delle perdite del privato”.

 

Come paiono lontani i tempi in cui, a Lucca, un luminare della rianimazione in campo internazionale come il professor Renzo Menesini chiedeva – per la verità invano –  che anche nella gestione del vecchio ospedale Campo di Marte si osservasse quello che lui chiamava “il rito ambrosiano”, condividendo la scelta di importanti ospedali milanesi di affidare l’organizzazione e la gestione dell’assistenza sanitaria ai medici migliori e non ai politici e ai burocrati.

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