Città d’arte e cultura o villaggio turistico-mensa?

Città d’arte e cultura o villaggio turistico-mensa?

LUCCA –  Città d’arte e cultura, ma anche di attività, servizi e funzioni, viva e vissuta, oppure villaggio turistico-mensa per otto-nove mesi all’anno e museo semideserto nel periodo invernale? Per verificare il destino del centro storico di Lucca saranno determinanti nei prossimi mesi le scelte in materia urbanistica degli amministratori comunali, ma anche della politica, delle categorie, delle associazioni e della cultura.

 

Dovrebbe in questa prospettiva far riflettere l’intervento del direttore della Confcommercio, Rodolfo Pasquini, che, amareggiato, spiega il motivo per cui solo il 40% dei negozi ha finora risposto all’appello per dare alla città, sotto le feste, una illuminazione all’altezza: buona parte delle attività commerciali sono gestite dai grandi gruppi con sede, testa e portafogli fuori Lucca e a loro poco o nulla importa (se vogliamo in maniera autolesionistica) contribuire a rendere sempre più accogliente la città. Pagato qualche stipendio al personale, alle grandi catene interessa solo portarsi via gli incassi dei loro negozi, tutti in serie, tutti uguali. E da fuori Lucca arrivano da tempo anche tanti gestori di locali della ristorazione veloce, il cui fine è soprattutto il business e non il rapporto con la città, dove vengono attirati dai guadagni che promette il crescente flusso del turismo mordi e fuggi.

Nella realtà di oggi, nel trend che si profila, diventa persino patetico ricordare quando nella città del garbo e del gusto venivano da tutta la Toscana, e non solo, persone attratte dalla bellezza, dalla originalità dei negozi che offrivano merce di grande qualità al giusto prezzo. Oggi quei negozi, gestiti da famiglie lucchesi che resistono stoicamente, sono non più di una quindicina. E quando sono costretti a cedere spariscono non solo attività storiche, ma anche gli arredi che per decenni, a volte per secoli, hanno qualificato e reso unico il tessuto commerciale del centro.

 

Conforta sapere che l’assessore al commercio, Valentina Mercanti, spera di riuscire (e con lei, c’è da augurarsi, l’amministrazione tutta) a evitare che il restauro del Mercato del Carmine sia pensato in modo da renderlo destinato soprattutto al turismo mordi e fuggi, nella speranza che possa invece diventare un cuore pulsante frequentato e vissuto anche dai lucchesi. E lascia intuire qualche tentativo di revisione la scelta di aumentare la tassa del suolo pubblico che – anche se non viene dichiarato – mira non solo a fare cassa, ma pure a contenere indirettamente l’inarrestabile ampliamento delle aree occupate da gazebo e tavolini.

 

Più importante ancora è l’avvio dei lavori per riportare nella Manifattura funzioni, uffici pubblici oggi dispersi in varie sedi (si spera anche l’ufficio tributi ora in via Bigongiari), attività culturali e imprenditoriali.

 

Ma questi elementi non possono bastare a frenare la corsa verso la città-villaggio turistico, se davvero, e in tempi rapidi, non si attueranno politiche volte a riportare su scala più ampia residenza, funzioni e attività. Sempre che realmente interessi rivitalizzare, riqualificare e rilanciare la città dentro le Mura, che non è un quartiere come gli altri, ma l’oggettivo polo direzionale di tutto il territorio. Forse ancora per poco. Giustissimo quindi puntare al recupero dei quartieri all’esterno delle Mura e dei paesi, dove vivono il 90% dei lucchesi, ma una scelta del genere non può andare a discapito dell’attenzione al centro storico. Le due strategie devono procedere di pari passo.

 

In questa chiave c’è un altro elemento che dovrebbe essere ben analizzato. E’ vero che si sta muovendo il mercato della casa dentro le Mura, ma, come spiegano le agenzie immobiliari, la richiesta è soprattutto per abitazioni di piccole e medie abitazioni, quelle che cercano spesso persone che a Lucca vogliono comprare, non per vivere qui, ma per affittare ai turisti. Non sembra ad esempio una novella metropolitana  quella dell’investitore finlandese che avrebbe parecchi appartamenti destinati alla locazione.

 

Certo, per rendere più appetibile il ritorno di residenza stabile, quella che crea una comunità e una identità, sarebbe anche necessario assicurare tra l’altro la possibilità di trovare un posto per la sosta, di avere condomini dotati di ascensore e altri comfort, di poter contare sul diritto alla quiete e su una rete di servizi. Requisiti che sono sempre più a rischio: dentro le Mura, per la movida che nella bella stagione (e non solo) crea disagio ai residenti; sulla circonvallazione, per le opere di montaggio e smontaggio di palchi e strutture per cinque-sei mesi all’anno, che vanno ad aggiungersi allo smog prodotto dal transito di Tir e auto che non si riesce ad allontanare. Visto – ancora oggi, a quasi un mese dalla fine dei Comici e a due dal concertone degli Stones – come è ridotto il prato del Balilla sotto le Mura, c’è seriamente da pensare se non converrebbe renderlo un’area permanente per spettacoli e mostre. Comune e operatori spenderebbero meno, non ci sarebbe bisogno di comprare per questo scopo i terreni dei vivai Testi in viale Del Prete, e diminuirebbe il caos del continuo montaggio e smontaggio delle strutture per concerti e mostre. Impatto insostenibile per le Mura? Offesa inaccettabile al concetto dell’intangibilità degli spalti verdi, che sono la vera unicità del monumento? Sono aspetti che non sembrano avere più presa non solo nella classe politica e negli amministratori, ma nemmeno nella cultura dominante.

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