Marco Brinzi: ‘Il teatro è uno stile di vita, una vocazione che ti fortifica’

Marco Brinzi: ‘Il teatro è uno stile di vita, una vocazione che ti fortifica’

LUCCA – Eclettico, con un sorriso gentile e una punta di timidezza che lo rende simpatico e accogliente: è Marco Brinzi, attore che si divide tra teatro e televisione, autore teatrale ma soprattutto lucchese. Marco classe 1982 è dei nostri, infatti nasce e cresce nella nostra città fin quando da adolescente, dopo un percorso di studi in filosofia, decide di seguire il suo vero sogno, cioè il teatro, e riesce ad entrare alla scuola teatrale del Piccolo di Milano dove avrà la possibilità di lavorare con Luca Ronconi e dove si diplomerà nel 2005.

Da quel momento in poi la sua carriera è tutto un successo dietro l’altro: si perfeziona in teatro lavorando con grandi nomi come Lev Dodin, Philippe Adrien, Massimo Castri, Federico Tiezzi, Serena Senigallia e molti altri e fa il suo debutto come autore teatrale nel 2009 con Cavalleria Rusticana anche se questo sarà solo l’inizio di un percorso autoriale che lo porterà a conoscersi in modo più intimo e vero.

 

Approda poi in TV nel 2014 e debutta in Italia con la serie 1992 prodotta da Sky Cinema per la regia di Giuseppe Gagliardi.
Adesso Marco è tornato in teatro, il posto che più ama, con un progetto nuovo e totalmente personale che si intitola “Autobiografia di un picchiatore fascista” edito da Minimum Fax. Ho avuto la possibilità e la fortuna di poterne parlare direttamente con lui che mi ha accompagnato in un viaggio bellissimo: dall’inizio del sogno del teatro all’arrivo, la creazione di un progetto proprio dove ha messo tutto se stesso.

 

Quando e perchè hai deciso di fare della tua passione, il teatro, il tuo lavoro?
«Del teatro mi ha affascinato il modo di comunicare con gli altri, che mi ha fatto vincere il mio senso di inadeguatezza sociale. Il teatro è uno stile di vita, una vocazione che ti fortifica. Il teatro è il luogo dell’attore dove ogni sera è unica e diversa, dove si lavora con il presente e con il pubblico. Il linguaggio usato sul palcoscenico mi ha sempre affascinato per la forza evocativa. Per tutte queste ragioni ho deciso di trasferirmi a Milano per inseguire il mio sogno e questo mi ha fatto crescere molto a livello umano, alla fine il mio lavoro è collegato all’umano. Io, sul palco e anche fuori, indago l’uomo e sono un appassionato delle storie degli uomini».

 

Cosa provi ogni volta che sali sul palcoscenico?
«Ogni volta sono emozionato a prescindere dalla situazione in cui sono, a prescindere dal teatro in cui mi trovo e dal numero di persone che mi sta osservando. Ogni volta provo nostalgia per quello che sto facendo, perché istantaneo, ogni parola e ogni gesto che compio sul palco non resterà dopo la fine dello spettacolo perché il teatro è un’arte effimera. In ogni caso cerco di pensarci il meno possibile e vivere il momento».

 

In questa realtà, secondo te, bisogna scendere a compromessi per realizzare il proprio sogno?
«No, credo proprio di no, anzi penso sia il contrario. Io non sono mai sceso a compromessi e mi sono reso conto che più si solidifica il percorso più funziona, senza bisogno di dover vendere la propria arte».

 

Avendo provato entrambe preferisci il teatro o la TV?
«In questo momento mi piacerebbe anche fermarmi con il teatro e riprendere il cammino della tv e del cinema. Sono sicuramente due cose diverse, per il teatro ci sono nato ed è la mia vocazione, però della TV e del cinema mi affascinano i linguaggi usati proprio perché totalmente opposti a quelli a cui sono abituato. La tv e il cinema sfruttano il reale ed entrano così in gioco fattori diversi che l’attore non governa più».

 

L’obiettivo più bello che hai raggiunto?
«Mi è successo quando ero sul palco: lo spettacolo raccontava di un paziente psichiatrico del carcere di Volterra, Oreste Nannetti, e un infermiere che lo aveva conosciuto davvero ed era a vedere lo spettacolo, una volta finito, mi disse testuali parole ‘hai restituito la vita e le emozioni di quella persona’. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita».

 

Abbiamo raccontato la tua storia, i tuoi sogni di bambino e il tuo percorso importante. Parliamo adesso del presente, del tuo ultimo lavoro autoriale: “Autobiografia di un picchiatore fascista”.
“«In questo momento della mia vita ho sentito il bisogno di compiere un lavoro diverso, un lavoro autoriale appunto e di mettere in scena una cosa mia. Ho scelto di indagare e di provare a capire come mai c’è un ritorno dell’ideologia neofascista in Italia e sono partito da un testo di Giulio Salierno.
‘Autobiografia di un picchiatore fascista’, edito da Minimum Fax, nasce infatti dalla spinta a riflettere sul neofascismo ed è quindi una scelta civile per me, in quanto il neofascismo è anticostituzionale. L’altra spinta che mi ha mosso e mi ha portato sempre più vicino a questo cammino è stato un fatto privato: mio nonno ha infatti perso la vista per colpa dei fascisti e questo mi ha convinto ancora di più a voler parlare e raccontare anche la mia testimonianza per fare in modo che la violenza del passato non si ripresenti. Credo che la forza di questa storia non sia la matrice politica in se ma il fatto che, nella nostra società, i giovani non hanno gli strumenti per capire la potenza dell’ideologia fascista e di conseguenza siano portati a sottovalutarne le conseguenze».

 

Un lavoro quindi in cui Marco ha messo tutto se stesso, in cui forse per la prima volta ha avuto il coraggio di mostrare al pubblico la sua vera natura. “Autobiografia di un picchiatore fascista” è il suo gioiello e anche il suo orgoglio e questo, anche se la sua umiltà non lo fa parlare, lo si legge nei suoi occhi mentre ne parla. Lo spettacolo verrà proposto il 23 gennaio all’Università Bocconi di Milano in occasione della giornata di riflessione sul neofascismo ideata dalla Fondazione Roberto Franceschi. La fondazione nasce nel nome e nel ricordo di Roberto Franceschi, nato nel 1952 a Milano e frequentante dell’Università Bocconi. Franceschi si fa subito notare per la vastità del sapere, per la serietà e l’impegno non solo in campo culturale ma anche in quello sociale e politico. Qui è uno dei leader del movimento studentesco che cercò di arginare l’insorgere di quella mentalità che voleva l’attività politica prioritaria rispetto all’impegno culturale e la ricerca della via facile nello studio, convinto che l’essere dalla parte degli sfruttati significava mettere a loro disposizione il meglio della ricerca scientifica. La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un’assemblea del Movimento Studentesco presso l’Università Bocconi. L’allora Rettore dell’Università quella sera ordinò che potessero accedere solo studenti della Bocconi con il libretto universitario di riconoscimento, escludendo lavoratori o studenti di altre scuole o università. Ciò significava vietare l’assemblea e il Rettore informò la polizia, che intervenne intenzionata a far rispettare il divieto con la forza.
Ne nacque un breve scontro con gli studenti e i lavoratori e, mentre questi si allontanavano, poliziotti e funzionari spararono vari colpi d’arma da fuoco ad altezza d’uomo.
Lo studente Roberto Franceschi fu raggiunto al capo, l’operaio Roberto Piacentini alla schiena. Entrambi caddero colpiti alle spalle.

 

«Sono davvero onorato di partecipare a questo evento e di portare il mio lavoro in occasione di una causa così importante. All’evento saranno presenti molti ospiti come Gherardo Colombo, ex magistrato, la giornalista e scrittrice Benedetta Tobagi, Cristina Tajani, assessore del Comune di Milano, e molti altri volti illustri della scena culturale milanese. Questo mi rende veramente felice: poter portare una parte di me davanti a questi giovani ragazzi e rendere omaggio a un personaggio, un eroe, con il mio spettacolo».

 

Quali altri progetti hai in cantiere per il futuro?
Dal 30 gennaio al 4 febbraio sarò al Teatro India di Roma con “Quasi Grazia” di Marcello Fois. È uno spettacolo su Grazia Deledda che sarà interpretata dal Premio Campiello Michela Murgia, per la regia di Veronica Cruciani ed io interpreterò il marito di Grazia Deledda. Dal 27 febbraio in poi debutterò con “Antigone” di Sofocle per la regia di Federico Tiezzi, con protagonista Sandro Lombardi al Teatro Argentina di Roma. Infine nella mia mente e nei miei desideri c’è quello di elaborare un progetto nuovo ed autoriale su Glenn Gould”.

 

Ultima domanda: cosa consiglieresti a un ragazzino che ha il tuo stesso sogno?
Sicuramente gli direi di coltivare più possibile la propria sensibilità perché un attore non solo recita ma studia l’umano. Gli direi di ascoltare tutto quello intorno a lui e trovare la propria cifra creativa e artistica”.

 

Un animo sensibile, quello di Marco, che dopo esser salito sui palchi di tutta Italia ed Europa decide di tornare e fare base nella sua e nostra città. Un diamante da tenerci ben stretto e di cui esserne fieri. Uno spettacolo, il suo “Autobiografia di un picchiatore fascista”, che ci fa riflettere sulle conseguenze della violenza, una violenza che è nelle nostre strade e nella bocca nei nostri figli e che la maggior parte delle volte siamo troppo distratti o annoiati per rendercene conto. Un lavoro personale, quello di Brinzi, messo al servizio di una società che ha il dovere morale e civile di non restare indifferente davanti a un’ideologia, quella neofascista, che è portatrice di valori che non appartengono né alla nostra città né a tutti quei giovani carichi di sogni e aspettative per il futuro.

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