L’assessore Ragghianti: “Tutti devono poter esprimere le proprie opinioni, senza sentirsi perennemente sotto scacco”

L’assessore Ragghianti: “Tutti devono poter esprimere le proprie opinioni, senza sentirsi perennemente sotto scacco”

LUCCA – Il ‘giorno dopo’, come ogni giorno dopo che si rispetti, rappresenta senza dubbio un momento di analisi e riflessione più fredda su ciò che è stato. Così, credo, dopo il concerto dei Rolling Stones, analisi, riflessioni critiche e considerazioni assumono significati e prospettive diverse. Può quindi essere l’occasione per organizzare le idee e tentare un ragionamento più complessivo sulla città, sul suo futuro, sul suo sviluppo culturale e turistico, chiedendoci insomma quale Lucca vorremmo tra tre, cinque o dieci anni.

 

Il punto di partenza, tuttavia, non può che poggiare su un dato di fatto: Lucca ha retto magistralmente l’impatto forte di un evento come quello del 23 settembre, riuscendo a coniugare elementi che non sempre riescono a stare insieme: centro storico, beni culturali e patrimonio storico con un concerto rock che ha coinvolto direttamente o indirettamente circa 100 mila persone. I due aspetti non hanno convissuto ‘separati in casa’ con reciproca sopportazione, ma si sono fusi in una combinazione unica con reciproca esaltazione. E negare l’effetto positivo, anche nel medio periodo, – e per certi aspetti straordinario – per la città, tutta la città, assume toni ingiustificati e, in qualche caso, ridicoli. Adesso, però, bisogna tentare di uscire dalla logica del ‘non lo faremo mai più-lo rifacciamo domani’. Chiediamoci prima quale sviluppo turistico vogliamo per Lucca e a quale modello culturale, quale concetto di vita e quale modello della città questo debba corrispondere.

 

Ormai, da anni, il concetto di bene culturale non è più legato ad un singolo bene materiale, ma assume sempre più la natura di bene immateriale, di sistema cittadino, di atmosfera di tradizione e modello di vita. Il modello-Lucca si è formato nel corso del tempo, ma discende da una stratificazione progressiva che deve essere gestita e governata. E’ possibile discuterne senza toni apocalittici, da fine del mondo? E’ possibile provare a discutere non solo di effetti positivi e negativi ma di qualità del modello culturale complessivo?

 

Personalmente, vedo un modello complesso e articolato fatto di molteplici eventi di diversa e varia natura, ‘classica’ e ‘moderna’. Vedo un rapporto tra pubblico, privato e terzo settore virtuoso e positivo, dove l’ente pubblico coordina e guida, sicuramente aiuta, ma non gestisce direttamente. Vedo inoltre un calendario di eventi dove la musica, tutte le musiche, da Puccini ai Rolling Stones, fino alla musica popolare e agli artisti di strada, possano stare insieme. E’ la musica per tutti, non per qualcuno sì e qualcuno no.

 

Ma vedo anche parecchie altre cose su cui lavorare: ad esempio un sistema museale, un sistema di biblioteche e di archivi. E molte altre ancora. Nelle molte cose che ho letto e che mi sono state scritte in questi giorni ho avvertito – talvolta anche da parte di autorevoli personalità – il tentativo di proporre una visione saccente e supponente della cultura, altezzosa, elitaria e aristocratica, come se ciò che è popolare e diffuso sia automaticamente non-cultura. Tutto al contrario: la città che vediamo oggi non è sempre stata così e non è detto che sia quella di domani. Per conservare e valorizzarne la storia e le tradizioni – la nostra identità, insomma – non è necessario rimanere immobili, come in una fotografia immutabile e ferma nel tempo: possiamo, anzi dobbiamo, muoverci e farla vivere a migliaia di persone, farne apprezzare la bellezza e, forse, il modello.

 

Il dibattito è aperto ed è normale che in una discussione chiunque – soprattutto chi mette in gioco soldi e reputazione – cerchi di affermare con decisione le proprie ragioni. Ma un imprenditore molto bravo ha anche il dovere di usare toni adeguati, partecipare e arricchire il dibattito, aggiungendo valore a ciò che lo rende così capace. Ed è ovvio che chiunque cerchi d’incassare i risultati migliori. Non serve un pressing continuo sulla comunità, da parte di nessuno, né in una direzione, né in senso contrario, perché una comunità non può essere irretita né con blandizie, né con forzature.

 

Il dibattito è aperto e tutti devono poter esprimere con serenità le proprie opinioni, senza sentirsi perennemente sotto scacco. Proviamo a volare un po’ più in alto: la prospettiva d’insieme che se ne ricava ci servirà a disegnare meglio la nostra città degli anni a venire.

 

Stefano Ragghianti

Assessore alla Cultura del Comune di Lucca

9 commenti

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9 Commenti

  • Nikolino
    3 ottobre 2017, 12:06

    L’assessore si compiace del fatto che: «Lucca ha retto l’impatto forte di un evento come quello del 23 settembre».
    Ma la mia domanda è: per quale motivo Lucca dovrebbe reggere di questi impatti? Perché mai dovremmo reggere forti impatti?
    Non avremmo già abbastanza da fare per migliorare, ad esempio, le (deplorevoli) condizioni del verde pubblico? Non c’è già abbastanza da fare per migliorare le condizioni della rete viaria? O per fare manutenzione (carente) del reticolo idrico? O per creare piste ciclabili? O per curare la manutenzione delle scuole? O per recuperare gli edifici comunali dismessi e abbandonati? Più in generale, non avremmo già abbastanza da fare per migliorare la gestione dei beni comuni e la qualità della vita dei cittadini, invece di “reggere forti impatti” di cui nessuno sente il bisogno?

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    • Monica@Nikolino
      3 ottobre 2017, 17:33

      In buona sostanza, dice l’assessore, la città ha retto bene "l’impatto forte di un evento" (forse voleva dire vento) manco fosse un test per verificare lo stress dei materiali in condizioni estreme. Azz che culo! Quasi quasi ci possiamo riprovare.
      Poi con la massima noncuranza, al contrario, invita a non esercitare "pressing continui sulla comunità … perché una comunità non può essere irretita né con blandizie né con forzature". No qui, ragazzi, l’impatto fa male. Meglio intortare con qualche discorso che dice tutto e il contrario di tutto: tipo moderno – antico, classico – moderno, vita – morte, Puccini – Stones, ci mancano i tordelli e il farro insieme al fast food poi il piatto per il futuro culturale di Lucca è servito.

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  • Fausto Ori
    3 ottobre 2017, 08:43

    Quindi??

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  • Gaius Julius Caesar Germanicus
    3 ottobre 2017, 05:25

    «Ho avvertito… il tentativo di proporre una visione saccente e supponente della cultura, altezzosa, elitaria e aristocratica». beh parole saggie!!! ma detta da te beh valore zero, perché sei tu parte integrale del problema di base! si si … Il Giglio sempre in Rosso?

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  • Stefano Filippelli
    2 ottobre 2017, 23:58

    Spero che l’assessore Ragghianti che si è reso disponibile a volare alto favorisca effettivamente questo dibattito e non si limiti a rappresentare i legittimi interessi imprenditoriali di una

    parte in causa. Siccome il centro delle polemiche in questo momento è il concerto dei Rolling Stones, innanzitutto vorrei sgombrare il campo dalla questione sollevata dall’assessore circa il fatto

    che ci sarebbe in corso un tentativo da parte di taluni di proporre una visione della cultura, stando sempre alle sue parole, elitaria e aristocratica. A smentirlo c’è il culto del vippismo, i

    prezzi dei biglietti e i box appesi per i privilegiati che costituiscono la rappresentazione plastica di un modello feudale che di popolare e democratico non ha nulla. Infatti è a dire poco

    vergognoso che Il Comune non ha speso una parola contro tutto questo ciarpame, questo sì d’altri tempi, e si sia messo prono ad assecondare le richieste del promoter. Ha poco di popolare anche il

    fatto che ciascun contribuente lucchese si deve accollare i costi di affari economici che non lo riguardano e che gli vengono imposti. Non ultimo il fatto che ‘Lucca Crea srl, la società che

    organizza il festival, partecipata al cento per cento dal Comune di Lucca attraverso la sua holding, aveva dato il via ai primi lavori di preparazione del terreno con un mese di anticipo, per

    venire incontro alle esigenze del Summer Festival, che doveva occupare la stessa area per il concerto dei Rolling Stones’
    L’assessore poi tende a mescolare le carte e confondendo l’aspetto intrinseco di un evento con il modo e le procedure con cui è stato realizzato pesca nella demagogia per mostrare che sì in

    effetti i Rolling Stones sono popolari. E allora? Sfido a trovare qualcuno che si opponga acché si facciano concerti rock a Lucca come succede in tante città del mondo. Il fatto è che qui si fanno

    sulle Mura e là in luoghi più idonei. Dichiarazione alla stampa di D’Alessandro del 19 maggio 2017: «Tutti i colleghi europei – riporta D’Alessandro, reduce da poche ore dal viaggio nella

    capitale francese – mi invidiano per la possibilità di organizzare il concerto della più grande rockband del globo a Lucca e in una location come quella degli spalti. Altrove i concerti dei

    Rolling Stones si svolgeranno solo negli stadi. Sono felicissimo di essere riuscito a portarli a Lucca: un’idea che coltivavo dal 2015, quando organizzai il loro concerto di fine anno al Circo

    Massimo a Roma». Se non fossero persone adulte ci sarebbe da ridere: dei bimbetti che si compiacciono e si fanno vanto che per qualche oscuro motivo a loro consentono di fare i concerti in luoghi

    agli altri preclusi. "Ecco i soliti italiani" diranno e magari a te italiano che ti girano le scatole per essere considerato il solito intrallazzone ti tocca di ingoiare il rospo. In sintesi una

    ristretta combriccola politico affaristica si è servita di un evento musicale di forte impatto al fine di mobilitare consenso e perseguire i propri interessi economici corporativi senza tenere

    conto dei diritti della città nel suo complesso e dei suoi equilibri. In quest’ottica l’evento così concepito è la reazione di un èlite in un territorio a forte disuguaglianza sociale in un’ epoca

    di generale impoverimento. I sacrosanti desideri di tanti di godere di uno spettacolo sono stati usati degradati e piegati agli interessi di quest’elite che, checché ne dica l’assessore, considera

    questi cittadini al pari di sudditi da blandire e accarezzare in modo che non vi si oppongano. Non vorrei farla lunga anche perché ci sarà modo di tornare sull’argomento, ma vorrei capire cosa

    intende l’assessore per cultura. Perché ormai sembra che non si riesca ad uscire dall’identificazione cultura evento turismo. Il che francamente è riduttivo e preoccupante, e rischia di farci

    precipitare come paese sempre più in basso nonostante la tradizione e la storia che abbiamo alle nostre spalle.

    Accludo a questo contributo un intervento del professo Salvatore Settis che non ha bisogno di presentazioni e che tra l’altro fino al 2010 è stato rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa,

    intervento uscito nel luglio di quest’anno sulla stampa nazionale e che riguarda i temi di cui si è qui discusso.

    La piazza che diventa location è morta
    di Salvatore Settis

    Una nuova barbarie insidia le nostre città: l’etica della location. Imperversa dappertutto, ma colpisce al cuore specialmente la più originale creazione della città italiana, la piazza. Tanto

    originale, anzi, da avere un ruolo chiave nella ricerca, promossa dall’Istituto Max Planck per la Storia dell’arte e diretta da Alessandro Nova, sul rapporto tra forma della piazza e vita politica

    delle città. La piazza italiana è l’erede più nobile e più consapevole dell’agorà greca e del foro

    romano. È luogo di discussione e d’incontro, di commercio e di scontro politico, di festa e di lutto. Teatro di rituali collettivi (come il Palio di Siena), si presta alle manifestazioni civiche,

    accoglie cerimonie religiose, si trasforma talora in mercato, si circonda di caffé e altri luoghi di conversazione.
    A questa densità di significati e di tradizioni pensavano certo i tanti pianificatori di città nuove (per esempio in Orange County, California) che usarono la parola italiana “piazza” per

    designare spazi pubblici destinati ad accogliere forme di vita civica. Esperimenti che di solito non hanno molto successo, perché replicare la piazza italiana fuori d’Italia è davvero difficile

    senza la trama urbana che la circonda, la stratificazione storica che l’accompagna, la memoria culturale dei cittadini che vi abitano.

    Questa storia secolare vacilla ormai sull’orlo dell’abisso. Da Treviso a Todi, da Pisa a Palermo, da Cagliari a Lecce capita sempre più spesso di vedere meravigliose piazze storiche invase, anzi

    occultate, da palcoscenici, impalcature, riflettori, sedie per spettatori, barriere, attrezzature sportive, schiere di gabinetti mobili, contenitori di rifiuti, bottiglie rotte per terra e altri

    detriti. Il fenomeno è così esteso e frequente che è inutile stendere una lista nera, additare al ludibrio sindaci o soprintendenti o descrivere casi singoli. Chiuse al pubblico non pagante,

    deturpate da invadenti strutture “provvisorie”, che però durano settimane o mesi, le nostre piazze nascondono la loro bellezza e la loro diversità, diventano tutte uguali, accolgono gli stessi

    concerti dalle Alpi alla Sicilia, perdono forza e carattere, si svendono per trenta denari. Il principio che governa questo degrado, in una cacofonia di rumori che appesta quartieri interi, è

    l’etica della location. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua

    propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock, dibattiti culturali o cantanti d’opera. A pagamento, spesso, così la piazza “rende”; mentre

    la piazza storica, i nostri antenati non l’avevano capito, era uno sbaglio, uno spazio vuoto che di per sé non rende nulla.

    Il successo di queste iniziative, tanto più perverse quanto più a lungo durano, si misura sbigliettando, contando presenze e introiti. Nessuno fa i conti di quel che si perde: il turista che in

    quella piazza entra una volta sola nella vita, e avrebbe il diritto di vederla, ma ne è privato perché le architetture sono nascoste dall’attrezzeria dell’evento di turno; il degrado dell’immagine

    civica che ne consegue; il progressivo logoramento della stessa idea di città. La piazza fu infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida l’identità civica e la memoria

    culturale, perché lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non grazie al prezzo. Sta ora diventando, al contrario, un non-luogo (una non-piazza), dove solo il

    prezzo conta, e la bellezza del luogo è solo uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde. E questo mentre crescono intorno a noi, in un processo inarrestabile, i nuovi italiani che

    vengono da altre culture, e a cui dovremmo saper trasmettere valori e comportamenti senza i quali ogni discorso sulla tutela dei centri storici e dei paesaggi presto diventerà lettera morta.

    Alla stessa logica, la piazza storica come un invaso vuoto da riempire e “modernizzare”, risponde anche l’incongruo aggeggio installato nel bel mezzo di piazza Sordello a Mantova con la scusa di

    proteggere resti archeologici. A profanare la celebre piazza, con prevedibile escalation, è stavolta un’architettura non effimera, ma ingombrante e pomposa. Perfino in una delle più preziose città

    d’Italia le “autorità preposte” hanno dunque perso il senso di che cosa una piazza sia? Ma i mantovani mostrano di capire, e si allunga ogni giorno la lista dei firmatari di una petizione per la

    pronta demolizione del goffo edificio. L’etica della location è più difficile da battere perché si nasconde dietro eventi effimeri, ma in molte città cresce la protesta e il fastidio. Riusciremo,

    noi italiani, a ricordarci che una piazza storica deve vivere, mostrare, difendere la propria dignità?

    12 luglio 2017

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    • Caro Stefano:
      Non hai accento napoletano
      Non sbagli i congiuntivi
      Non fai errori nello scrivere le parole "Rolling Stones"
      Fai interventi che superano i 20 caratteri
      Definisci "ciarpame" eventi eccezionali e storici
      Fai citazioni azzeccate di scritti altrui
      Si percepisce tangibilmente il fatto che tu sia inteligente
      Parli liberamente di "demagogia"
      indi
      sei SACCENTE, SUPPONENTE, ALTEZZOSO, ELITARIO e ARISTOCRATICO!

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      • Malonio@Un Custode del Buio
        3 ottobre 2017, 13:06

        e allora, chi è secondo te?

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        • Un Custode del Buio@Malonio
          3 ottobre 2017, 14:57

          Condivido tutto quello che scrive Stefano Filippelli, deploro l’intervento dell’assessore Ragghianti, tranne che il passaggio: «un imprenditore molto bravo ha anche il dovere di usare toni adeguati, partecipare e arricchire il dibattito, aggiungendo valore a ciò che lo rende così capace».
          Per cui invito gli imprenditori molto bravi (sic) ad arricchire il dibattito intervenendo. Con toni adeguati.
          Mi piacerebbe anche che l’assessore lasciasse capire a chi si riferisce quando parla di autorevoli personalità che tentano di proporre una visione saccente e supponente della cultura, altezzosa, elitaria e aristocratica.
          Magari ha anche ragione, ma da lui oscure allusioni non le vogliamo.
          I Custodi del Buio siamo solo noi. Vero?

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  • Nikolino
    2 ottobre 2017, 19:16

    «Ho avvertito… il tentativo di proporre una visione saccente e supponente della cultura, altezzosa, elitaria e aristocratica».
    Sogno o son desto?
    Una ristretta combriccola di affaristi, con la connivenza di un ceto politico ignaro e subalterno, sta facendo strame non solo del patrimonio storico-artistico, ma anche di quel residuo tessuto sociale che ancora fa vivere quel poco che resta della città storica, e si avverte «una visione saccente, supponente, altezzosa, elitaria e aristocratica»?
    Povera Lucca! Mi sa tanto che il tuo destino è ormai segnato…

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