L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

gobbi (1)LUCCA – L’altra faccia della stessa medaglia. Dopo aver sentito il parere della dottoressa Ligeia Zauli, che si è dichiarata non contraria a far vedere Fa’afafine (lo spettacolo che andrà in scena il 28 marzo al teatro San Girolamo) a bambini di età pari o superiore ai 10 anni, Lo Schermo ha voluto proporre anche l’altra linea di pensiero, certamente diversa, nella tradizione di un giornale che le opinioni prova a costruirle, attraverso il dialogo e il confronto.
Spazio allora al Dottor Gilberto Gobbi, noto psicologo e psicoterapeuta veronese, le cui posizioni nei confronti della teoria gender sono decisamente scettiche. Un binario parallelo quello dei due specialisti, condivisibile per alcuni, per altri criticabile, ma pur sempre nel solco della scienza medica.

Dott. Gobbi, nel suo blog ha dichiarato che il gender è un’ideologia che “si è imposta con un nuovo linguaggio, nuove norme, così da invadere anche l’ambito educativo con la proposta/imposizione di nuovi contenuti, imponendosi con un successo impensabile in tutto il mondo, divenendo globalmente normativa, una imposizione dittatoriale”.

Vorrei fare una premessa. Si vuole a tutti i costi negare l’esistenza del Gender e si afferma che esistono solo “studi di genere”, in quanto vi è una serie di studi e ricerche sul genere e null’altro. E’ vero che vi sono questi studi, ma nel contesto vi è un filo conduttore, una stratificazione culturale e antropologica che unisce questi studi, per cui si può affermare che negli ultimi 50 anni è emersa l’ideologia del Gender con caratteristiche e connotazioni ben precise, che partendo dalla sessualità ha coinvolto il senso e il significato della procreazione, della famiglia, del matrimonio, della genitorialità, dell’utero in affitto, dell’affidamento e dell’adozione. Il Gender è la proposta di un nuova antropologia, cioè di una nuova concezione dell’uomo, che nega ogni differenziazione e afferma categoricamente il massimo arbitrio di ciascuno.

 

Nuova antropologia, la stessa che sostiene quando spiega che il gender “porta con sé una rivoluzione di valori e ideali e sta scardinando la cultura giudaico-cristiana, e impone una nuova visione antropologica dell’uomo”.

Uno dei principi fondamentali del gender è che “sesso” e “genere” non coincidono, perché biologicamente si può appartenere a un determinato sesso, ma scegliere un genere diverso a seconda della percezione di sé, che può essere modificato in qualsiasi momento. Il gender, infatti, sostiene che la persona è il risultato dei modelli e dei ruoli sociali, ignorando non solo il significato ontologico della persona, ma anche il modo e il percorso psicologico con cui elabora se stessa nel processo della propria identità.

 

Secondo lei la teoria gender, proposta nelle scuole, può entrare in conflitto con l’etica, quella che universalmente è riconosciuta come la morale? E tale teoria può creare o meno problemi nella sessualità del bambino?
La separazione del sesso biologico da quello psicologico (identità di genere) porta a concludere che il maschile e il femminile sono costruzioni puramente sociali. Sotto l’aspetto generale vi sarà la desessualizzazione della coppia (uomo/donna), per cui la maternità e la paternità non sono delle realtà in relazione con l’identità maschile e femminile, ma funzioni sociali. L’uomo è escluso dalla procreazione, che diviene proprietà della donna e, in una prospettiva già attuale, un’appropriazione e manipolazione della tecnica per soddisfare i “bisogni” dei singoli e delle diverse coppie ad avere a tutti i costi un bambino (figlio!). In sintesi, con il pensiero dominante dell’ideologia del Gender, che cosa viene insegnato al bambino e successivamente al ragazzo (secondo gli orientamenti dellOMS)? Questi aspetti. La sessualità è scissa dalla procreazione con la contraccezione e l’aborto; la coniugalità è dissociata dal matrimonio con la convivenza e con la costruzione di diverse “famiglie”, fondate sul “volersi bene” e il riconoscimento delle differenti “unioni civili”; la fecondità è dissociata dall’atto sessuale con la procreazione medicalmente assistita e la donazione dei gameti; la stessa gestazione è disgiunta dalla maternità con la maternità surrogata; vi è il riconoscimento del diritto per qualunque soggetto e coppia di adottare e di “farsi fare un figlio” (omogenitorialità).

 

In Fa’afafine si fa spesso riferimento a termini quali “Gender Fluid” e “Terzo sesso”, può offrirci una spiegazione?
Nello sconvolgimento della concezione della sessualità, si arrivato alla proposta molteplicità degli orientamenti sessuali sino alla teorizzazione della fluidità del sesso e all’affermazione che ciascuno, a seconda della situazione psicologica, può scegliere di volta in volta la propria identità sessuale. Di qui il Gender fluid. Come si comprende qualunque orientamento sessuale è una variante della sessualità, per cui tutto dipende dalla scelta che ognuno può e ritiene di fare.

 

Alex, il protagonista, è un ragazzo che nei giorni pari si sente uomo e nei giorni dispari donna, quando s’innamora vuole esserlo entrambi. C’è il pericolo, secondo un punto di vista medico, che un bimbo o una bimba di dieci anni, dopo aver assistito allo spettacolo, ne escano turbati?
La storia, così come viene presentata, incarna perfettamente quanto sopra affermato circa la fluidità dell’identità sessuale. Il bambino di fronte a tale impostazione ne esce turbato, anche se lo dimostra e si chiude in sé. Ciò che gli è stato trasmesso diviene oggetto di turbamento e di pensieri non sereni, diciamo così. Perché? Partiamo da un dato reale, che la psicologia in questi cent’anni ha analizzato, approfondito e diffuso in migliaia e migliaia di pagine: il bambino di qualunque età ha bisogno di sicurezze circa la propria identità sessuale e quindi della propria identità di genere. Sicurezze che l’ambiente educativo (genitori e istituzione scolastica e sociale), deve confermare e riconfermare. Non è compito dell’educatore de-strutturare psicologicamente il bambino, anzi aiutarlo a capirsi e ad accettarsi nella sua profonda identità per favorire la sua collocazione nella realtà sociale che è profondamente connotata dalle differenze, in primis dalle differenza sessuali. E’ la prima differenza con cui impatta nel venire al mondo. Se l’educatore non fa questo, fallisce nel suo scopo.

 

Può entrare più nel dettaglio?

Il bambino si confronta sulla differenza sessuale sin dalla primissima infanzia. Chi ha figli piccoli, provi a chiedere a un bambino tra i 2 anni e mezzo 3, “che cosa sei?”. Vi guarderà meravigliato e vi risponderà con forza che “lui è un maschio”. Cosi la bambina della stessa età vi dirà che “è una femmina”. La percezione psicocorporea della diversità maschile e femminile e di conseguenza della identità di genere è già chiaramente presente a questa età. Questo è un dato incontestabile. Chi lo nega sa di mentire. Per la quasi totalità dei soggetti, questa percezione identitaria diviene sempre più chiara con gli anni e si rafforza col tempo, pur potendo avere qualche possibile sbandamento nella preadolescenza/adolescenza. Tutto ciò, per la stragrande maggioranza delle persone, diviene strutturata fondamentale con la giovinezza, attraverso l’identificazione maschile o femminile. Programmi “educativi” o spettacoli come quello di Fa’afafine possono incidere sulla psiche del bambino, che si trova di fronte a una proposta destrutturante della sua identità. Teniamo presente che non ha ancora fatto il salto di qualità dal dato del piacere a quello della realtà; non ha ancora acquisito determinati aspetti delle sue pulsioni. Non si conosce nelle tensioni e si sta aprendo alla vita nelle sue varie e articolate sfaccettature. Va rispettato nel suo stadio di sviluppo. Un’iperstimolazione e l’anticipazione di determinati stimoli e contenuti può bloccare lo sviluppo psicoaffettivo. Pertanto, un’impostazione dell’educazione all’identità di genere che tenda a mette in discussione l’identità psicosessuale del soggetto, lo destruttura e lo orienta verso una sessualità fluida, che gli permette da grande di poter fare le scelte sessuali secondo ciò che prova e desidera. Di età in età, acquisisce che vi è il genere, la differenza di genere, che non ha radici biologiche e si articola in vari generi/orientamenti, tutti positivi, e che le relazioni sessuali tra persone possono essere multiple secondo il proprio sentire.

 

Come scaturisce il percorso che porta alla formazione dell’identità sessuale? E quando avviene la divergenza tra maschio e femmina?
Il percorso della costruzione della propria identità sessuale inizia con l’inizio della vita. L’essere umano viene concepito dall’incontro di due cellule, provenienti da due esseri, i genitori, profondamente diversi e caratterizzati ciascuno da contenuti genetici differenti (maschile XY, femminile XX). Questo è il primo dato di realtà incontestabile: per avere un essere umano occorre il contributo di un maschio e di una femmina, l’integrazione tra il maschile-paterno e il femminile-materno. Cioè, alla base della formazione della personalità, vi è la genetica, vi è il sesso biologico, che permane come fattore primario e determinante dello sviluppo della personalità, nelle sue varie fasi, con la costante interazione e interdipendenza con il fattore psicosociale. Riscontri scientifici fanno ipotizzare l’esistenza di una psicologia maschile e di una psicologia femminile, in quanto i soggetti sono influenzati precocemente da fattori ormonali del testosterone fin dal periodo della gestazione, in una fase di vita non ancora condizionata dall’impatto ambiente/relazionale. Questo comporta che non sia possibile rifarsi allo sviluppo del bambino senza distinguere tra quello maschile e quello femminile. L’identità del sesso biologico sta alla base della formazione dell’identità psicosessuata e anche dell’identità di genere. Come si è detto, già tra i 2 anni e mezzo e tre il bambino ha chiaro la sua identità sessuale. Il processo di costruzione della propria individualità è un percorso lungo e fatico, che attraversa fasi diverse e approda a sponde diverse a seconda del percorso. Il bambino cresce tra le figure della madre e del padre e di altre persone. E’ parte integrante di un contesto psicosociale del nucleo familiare, è a contatto e si confronta con le figure differenti, il maschile e il femminile, il padre e la madre. Acquisisce il proprio schema corporeo, elabora dentro di sé la propria immagine corporea e il sé corporeo sessuato. Raffronta il sé corporeo sessuato con l’immagine che elabora e gli viene presentata di sé dall’ambiente. Come si vede è un percorso che, attraverso l’identificazione, la differenziazione e la separazione, richiede sempre la relazione e il confronto con l’altro, con l’alterità. Il riconoscimento e la formazione della propria identità, compresa quella sessuale, avviene attraverso questi processi psicologici.

 

In ambito psicologico, esistono bambini che soffrono di disturbi d’identità di genere?
Di fronte alla stragrande maggioranza dei bambini, che vivono la propria identificazione tra il sesso biologico e quello psicologico, vi sono anche, pochi, che vivono la disforia di genere. Si caratterizzano per la tendenza a identificarsi con il sesso biologico opposto, in età precoce. L’inadeguatezza tra le due dimensioni provoca disagio, di cui occorre prendere atto, verificarne la consistenza, essere molto attenti, consultare persone competenti e verificare nel concreto, con delicatezza, persona per persona, ciò che è più conveniente. Come sempre si tratta di non generalizzare. La generalizzazione provoca molteplici danni in ogni settore, in particolare là dove ci si trova ad operare con il bambino in crescita con problematiche particolari.

 

Ci tolga una curiosità, Dr. Gobbi, lei ha dei figli grandi ed è nonno, accompagnerebbe i suoi nipoti a vedere lo spettacolo?
Ho tre figli grandi e con famiglia, che certamente non porteranno i loro figli a vedere lo spettacolo, non perché glielo suggerisce il padre, ma perché hanno il buon senso di sentirsi loro padri responsabili dell’educazione psicosessuale dei propri figli. Per confrontarsi con i figli non c’è bisogno di questi spettacoli, ma di un’apertura critico-costruttiva alla realtà. Poi non ho mai ritenuto che la scuola abbia il compito sostitutivo dei genitori. L’ambito dell’educazione è molto delicato e quando lo stato se ne appropria si aprono orizzonti totalitari già visti.

Leggi anche Lo spettacolo gender: conseguenze sulla sessualità?

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4 Commenti

  • Cosplay
    15 marzo 2017, 09:41

    Ma Lady Oscar era una femminuccia o un maschietto?

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  • Francesco Montagnani
    14 marzo 2017, 18:52

    Grazie dott. Gobbi per le sue chiare ed esaustive risposte

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  • Lisa
    5 febbraio 2017, 16:36

    Articolo chiaro ed esaustivo. Grazie per l’intervista e grazie al dottor Gobbi.

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  • AMMONIO
    4 febbraio 2017, 02:07

    Condivido le due seguenti affermazioni: ………"…Un’iperstimolazione e l’anticipazione di determinati stimoli e contenuti può bloccare lo sviluppo psicoaffettivo…". e …"….non ho mai ritenuto che la scuola abbia il compito sostitutivo dei genitori…"..

    Per questo non condivido che si propinino alle scuole spettacoli come quello di cui si discute.

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