Iosonouncane e Paolo Angeli e i loro suoni arcaici e modernissimi [Foto]

Iosonouncane e Paolo Angeli e i loro suoni arcaici e modernissimi [Foto]

LUCCA – Ogni tanto fa bene assistere a un concerto come questo. Lontani dalle luci delle ribalte nazional-popolari ma anche dai palcoscenici rock di diverse grandezze. Iosonouncane e Paolo Angeli mettono in scena suoni arcaici e modernissimi, armonie cristalline e muri di suoni e rumore, testi asciutti, duri ma anche a loro modo poetici.

 

La sala del cinema Moderno, nella preview del prossimo Wom Fest, era praticamente sold-out, con un pubblico soprattutto giovane e, nel sano significato della parola, alternativo, che ha apprezzato sinceramente la proposta dei due artisti sardi, con gli applausi che sono cresciuti lungo la durata del concerto, come forse era richiesto.

 

Perché la performance è impegnativa: è vero che è necessario farsi trasportare dalle sensazioni e dalle emozioni, ma se ci si distrae si perde il filo del racconto sonoro.
Iosonouncane (a.k.a. Iacopo Incani) usa chitarre e campionamenti che fanno band e sostegno e mai strizzano l’occhio all’insopportabile abuso dell’elettronica di tanti musicisti anche giovani di oggi.

 

Paolo Angeli suona la sua “chitarra sarda preparata”, un mix tra chitarra acustica, violoncello e percussioni, suonata anche con archetto, che ricorda il John Cale dei Velvet Underground più ispirati (“Venus in furs”), cita il quasi-corregionale Fabrizio De André più amaro (“Amico fragile”) e rappresenta le radici, la tradizione, il luogo dove tutto nasce e dal quale partire per esplorare il mondo.
Un mix intrigante, affascinante e, come già detto, felicemente impegnativo. Una bella realtà che meriterebbe platee più consistenti. Basta essere umili e curiosi, aperti e intelligenti.

 

Citazione d’obbligo anche per la proposta solista di Tobjah senza i Maxigross. Rigorosamente acustica e con armonica, che se chiudi gli occhi pensi a Neil Young, ma con una voce che diventa strumento a sua volta. I testi in italiano aiutano a localizzarlo dalle nostre parti, in uno spazio da tenere caro.

 

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