Io, giovane lucchese angelo del fango nella tragica alluvione di Firenze

Io, giovane lucchese angelo del fango nella tragica alluvione di Firenze

LUCCA – Avevo 16 anni nel 1966, al mattino studiavo ed il pomeriggio lavoravo in un calzaturificio di Segromigno. In quell’anno il PCI sviluppò una grande campagna contro la guerra in Vietnam ed io mi iscrissi alla FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana) Partecipai a molte manifestazioni e “carovane” per la pace. Era anche il periodo dei complessi canori, dei capelloni dei Bhetles e Rolis Ston. Tutti avevano una vena fortemente innovativa che attraeva noi giovanissimi impegnati a sinistra.

 

Ma il periodo più inteso vissuto in quell’anno, fu sicuramente l’alluvione di Firenze all’inizio di novembre. Era il 3 novembre e la televisione faceva vedere la piena del fiume Arno che cresceva. Il giorno dopo accadde tutto quello che temevamo accadesse: lo straripamento del fiume. Lo vedemmo quasi in diretta e fu veramente traumatizzante. Il 5 novembre sapemmo dal partito che veniva a Firenze Fanfani per portare la solidarietà del governo. Ma per noi e per molta gente fiorentina il governo doveva intervenire prima facendo i lavori di prevenzione sul fiume.

 

Ci mettemmo gli stivali sui gins, una giacca e decidemmo quindi di partire da Lucca in 12, dieci ragazzi e due ragazze iscritti al PCI, con due casse di pomodori da tirare a Fanfani. Arrivati a Firenze trovammo la desolazione più totale. La gente non aveva più lacrime per piangere. Nelle strade e nelle piazze sommerse ancora dalle acque vi era di tutto: auto, mobili, libri… un disastro.

 

I musei e la biblioteca Nazionale erano ancora allagati e la gente cercava di salvare quello che poteva. Allora senza parlare e con le lacrime agli occhi prendemmo delle pale che i pompieri avevano ammucchiate per terra andammo a spalare la melma fino a tarda notte. Restammo a dormire nelle auto e l’indomani ci spostammo presso la Biblioteca Nazionale. Pensavamo di essere in pochi, invece trovammo già moltissimi ragazzi e ragazze, anche stranieri che avevano iniziato raccogliere e lavare i libri sporchi di mota per cercare di salvarli dalla sicura distruzione. Restammo a Firenze per 4 giorni, lavorando contro il tempo per cercare di recuperare più libri possibili.

 

Il mercoledì 9 novembre ripresi il mio lavoro. Il padrone dell’azienda assieme alla padrona mi chiamarono in ufficio e mi dissero: sei stato assente senza giustificarti, potremmo licenziarti, se non lo facciamo e solo perché sei uno che lavora, ma non lo fare più perché la prossima volta sarai licenziato. Mi giustificai dicendo che ero stato a Firenze per cercare di salvare opere letterarie di valore dall’alluvione, ma loro mi risposero a tono: a noi non c’è ne frega niente… siamo un’azienda che deve andare avanti… non siamo mica un’opera pia. Io pensai ma come fanno i padroni ad essere così “beceri” ignoranti e ad avere tanti soldi e grandi ville? Possono farlo solo perché hanno i mezzi di produzione e sfruttano chi lavora. Così si accendeva il mio odio contro le loro ingiustizie.

 

Umberto Franchi
Dal libro: “La vita e il sogno”

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