Gianmarco Caselli e (è) la forza del Lucca Underground Festival

Gianmarco Caselli e (è) la forza del Lucca Underground Festival

LUCCA –  Underground, letteralmente, allude a tutto ciò che è sotterraneo. Espressione dei linguaggi artistici non convenzionali e non convenzionalizzati dell’altra cultura, quella che si discosta dal pensiero ufficiale e ufficializzato. Come dire, le vene, il sangue che scorre – quindi la vita – è la nostra natura underground. Il nostro volto solo la superficie. Il Lucca Underground Festival è rimasto “underground” per un po’ per emergere quindi con forza. Perché ciò che sta “sotto” a fermentare, immancabilmente poi esce fuori a scuotere il terreno nel quale allunga le radici.  Abbiamo incontrato il suo ideatore e promotore, Gianmarco Caselli, che prima di tutto ringrazia i suoi preziosi collaboratori: “Erika Citti, Andrea Ciolino e Simone Bracciali. Un grazie anche Beppe Corso, presidente di Arci Lucca grazie al quale ho assimilato un nuovo modo di rapportarmi a situazioni e persone. Poi, ovviamente, c’è mia moglie, Elena Fiori.”

 

Presentati Gianmarco..

Sono uno che ha sempre mirato a vivere vivendo con ciò che gli piace fare: cerco in ogni momento di godere il presente anche se ovviamente non manca la progettualità. In caso contrario, se avessi vissuto una vita di rimpianti, probabilmente sarei finito in cura psichiatrica a vita. In parte credo che sia questa attitudine a non accettare ciò che non mi piace, a farmi sempre sentire molto punk.

 

Dove sei nato artisticamente?

A Lucca, ma non tralascio di certo l’influenza che ha avuto Pisa, città dove ho svolto gli studi universitari e che ho continuato a frequentare anche dopo e dove ho avuto modo di entrare in contatto con tutta una cultura alternativa che cercavo freneticamente. Ma è Berlino, poi, il luogo che in un attimo ha fatto esplodere in me la potenzialità creatività e che mi ha rivelato quello che volevo essere, quello che in parte già sono, e quello che ancora voglio divenire. Non parlo di studi artistici: parlo proprio di atmosfera culturale e di stili di vita, di un fervore artistico ed espressivo che ho fatto proprio e che ancora mi guida; se non avessi vissuto queste esperienze nell’età giusta, in quel momento e in modo estremo, non convenzionale, probabilmente mi sarei dannato l’anima per sempre.

 

Sei essenzialmente un musicista. “Dopo il silenzio quello che si avvicina di più nell’esprimere ciò che non si può esprimere è la musica ( Aldous Huxley)”, cos’è che non si può esprimere invece?

Forse la vita dopo la morte.

 

I linguaggi che ti senti più propri?

Sono particolarmente legato al postmodernismo occidentale. Mi piacciono le ricerche di tipo minimal e industrial e credo che tutta una serie di desideri, angosce e paure della cultura occidentale che sono sfociate nell’arte degli anni ’70-’80, non siano state espresse del tutto. Non per niente stanno tornando certi stili e non credo si tratti solo di una moda; penso che ci sia la consapevolezza che i linguaggi espressivi dei decenni passati abbiano ancora una carica vitale nervosa, anticonformista e aliena, che li rende ancora adatti ad esprimere e veicolare contenuti contemporanei.

 

Che ne pensi della cultura “underground” oggi?

Credo che siamo in una fase di stallo in Italia. In molti ambienti accademici si continuano a riproporre linguaggi e contenuti antiquati; negli ambienti underground la situazione è più stimolante ma non sempre. Quello che mi preoccupa maggiormente è l’assimilazione delle espressioni underground da parte dell’industria del commercio: ciò che era ricerca e linguaggio espressivo altro viene banalizzato, mercificato e bruciato velocemente; allo stesso tempo non emergono novità tali da imporsi.

 

Cos’è la paternità? ( Gianmarco ed Elena sono diventati da neanche un anno genitori di Elettra, n.d.r.)

Sapere che dall’oggi al domani c’è una specie di “pezzo di te” in più.

 

…intendo la paternità autoriale e artistica, come si fa a diventare padri?

Per me, come credo per altri, è stata proprio un’esigenza. Il difficile è riuscire a diventare padri artistici non per sé, ma per gli altri: si può scrivere musica, o racconti, o essere un pittore o quant’altro, ma fino a che non sei riconosciuto come tale dalla comunità cui fai riferimento, è come se tu effettivamente non fossi un padre artistico. È ovviamente una cosa molto triste e purtroppo spesso accade anche che alcune grandi personalità artistiche vengano acclamate come tali solo quando sono morte. Quindi io preferirei essere acclamato da vivo.

 

Tre incroci della tua strada professionale e umana, nel bene e nel male: chi hai incontrato e in quale direzione sei andato?

Gabriella Biagi Ravenni è stata la persona più importante per formarmi, farmi conoscere e lavorare nell’ambito della musicologia; Gaetano Giani Luporini è stato fondamentale invece per la mia carriera da compositore. La terza persona è stata mia moglie. Quelli che ho incrociato nel male non meritano di essere neppure nominati: è gente che sarà dimenticata.

 

Che habitat vivi e quale cerchi?

Vivo in un paese che percepisco refrattario alle novità, che in generale non valorizza esperienze alternative e che preferibilmente premia sempre i soliti che risultano essere solo echi sempre più sbiaditi e flebili di una cultura banale, obsoleta e autoreferenziale. Mi piacerebbe vivere in un ambiente totalmente diverso, culturalmente stimolante e attivo, in cui gli artisti, giovani o meno giovani, senza bisogno di appoggi politici e senza bisogno di avere genitori importanti, possano vivere decentemente del proprio lavoro perché considerati una risorsa e che come tali possano essere incentivati per sperimentare nuove forme espressive.

 

Adesso “vaghi” o sai in che direzione vai?

Per quanto il Lucca Underground Festival mi dia grandi soddisfazioni in fatto di attenzione e partecipazione, non voglio di certo tralasciare la dimensione da compositore soprattutto allestendo performances che coinvolgano anche altri artisti. Non so di preciso dove vado artisticamente: ho cambiato molti dei miei canoni. Negli ultimi anni avevo assodato alcuni miei stilemi, ora sto di nuovo sperimentando, non mi piace pensare di avere una cifra stilistica statica: vago sempre per realizzare qualcosa di diverso e per questo, per me, “vagare” ha il grande significato di venire a conoscenza di nuove esperienze espressive, di attingere a nuove sensazioni e cercare poi di esprimerle in un qualche nuovo modo. Il vagare per me è fondamentale, così come ne è fondamentale la componente che definirei aleatoria: fino a pochi anni fa ho sempre viaggiato da solo, senza sapere dove avrei dormito nel luogo di destinazione e senza sapere in cosa mi sarei imbattuto, cercando di incontrare persone affini a me che mi introducessero nei loro ambienti per vivere esperienze, assaporare influenze, sperimentare “altro”.

 

Giochi di parole a parte, VAGA cos’è e cosa diventerà?

VAGA è l’associazione che promuove il Lucca Underground Festival e alla quale si stanno aggiungendo molte “teste” creative di tutte le età. In questi ultimi due anni VAGA è diventata una specie di fabbrica di idee alternative che permette a chi ha interesse e capacità artistica di avere l’opportunità di farsi conoscere, scambiare e confrontare idee e mostrarle per mettersi alla prova: è un’impostazione molto anni ’70. È un contenitore, un crogiuolo ormai divenuto punto di riferimento per la cultura Underground.

 

L’aspetto più esaltante dell’ultima edizione del Lucca Underground Festival e quello da migliorare…

Artisticamente parlando è stato esaltante avere coinvolto tanti artisti da diversi contesti e da diverse città per realizzare una sorta di casa comune underground. La rassegna Re-Beat Generation all’interno del Festival per la ri-generazione della cultura della Beat Generation, poi, ha riscosso un’attenzione davvero notevole. È stato importante il diretto coinvolgimento dell’amministrazione comunale di Capannori che ha sostenuto la realizzazione dell’edizione 2016 del Festival, e in questo processo è stato davvero fondamentale il ruolo dell’assessore alla Cultura, Silvia Amadei, partecipe entusiasta del nostro progetto. Per migliorare dobbiamo cercare di allargare ancora di più la rete di partecipazione e cominciare a fare vere e proprie produzioni: ovviamente dobbiamo però trovare risorse economiche che ci permettano di farlo.

 

L’arte è strumento di integrazione?

La comunità multietnica probabilmente per molti è uno stimolo e contemporaneamente uno strumento di integrazione. A me interessa poco, non è una fonte di ispirazione ed inoltre è un elemento molto sfruttato da anni. Mi infastidisco quando vengono esaltati alcuni lavori solo perché appartengono a un’altra etnia. Sono le persone e la creatività in sé ad interessarmi o le produzioni artistiche influenzate da ideologie più vicine alla nostra storia.

 

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