Corridoi umanitari, modello per l’Europa: grande partecipazione per Daniela Pompei

Corridoi umanitari, modello per l’Europa: grande partecipazione per Daniela Pompei

egidio 2LUCCA – Il 29 febbraio 2016 arrivava in Italia il primo gruppo di profughi siriani attraverso i “corridoi umanitari”. A distanza di quasi un anno si è tenuta a Lucca, presso l’Auditorium della Fondazione Banca del Monte, un incontro con una delle ideatrici nonché responsabile del progetto per la Comunità di Sant’Egidio, Daniela Pompei. “È emozionante – dice – vederli scendere dall’aereo, siamo abituati ad altre immagini, per questo è tanto emozionante”.

 

Tra il 2013 e il 2016 sono stati circa 12.500 i morti nel Mar Mediterraneo, uno ogni quarantadue che hanno tentato la traversata non ce l’hanno fatta, il più alto tasso di mortalità che si sia mai registrato nella storia della migrazione. Daniela Pompei inizia il suo intervento ricordando il naufragio di Lampedusa, avvenuto il 3 ottobre 2013, dove trovarono la morte 366 persone, e spiega come l’idea dei corridoi umanitari sia nata in seguito a questo episodio.

 

“Come Comunità volevamo agire in prima persona [..] volevamo togliere il potere ai trafficanti di uomini -dice, riassumendo poi i punti salienti dell’iter che ha seguito la realizzazione di questo ambizioso progetto – ci siamo studiati tutta la legislazione europea sulla migrazione, di tutti i Paesi, e abbiamo trovato ciò che cercavamo: l’articolo 25 del Regolamento visti spiega infatti, prevede che ogni Stato membro dell’Unione Europea abbia la possibilità di emettere visti per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali, a territorialità limitata. A quel punto – continua – è iniziata la trattativa con il Ministero degli Affari Esteri e degli Interni, che è durata circa un anno, che ci portò nel dicembre 2015 a sottoscrivere il Protocollo di intesa, insieme con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Chiesa Valdese. Questo accordo segna l’inizio del progetto-pilota in Europa, che prevede l’ingresso in Italia di oltre 1000 profughi e l’inserimento nelle comunità locali attraverso la scolarizzazione, l’apprendimento della lingua italiana e l’integrazione nel tessuto culturale e sociale del territorio, completamente autofinanziato dalle organizzazioni promotrici. Inaspettata, dice, è l’accoglienza gratuita mostrata in seguito, “gli italiani hanno iniziato a chiamare offrendo la propria casa, la propria accoglienza [..], a Pisa un gruppo di 15 avvocati ha deciso di dare 100 euri a testa ogni mese per mantenere una famiglia siriana”.

 

Un modello di sponsorizzazione privata, fa notare, che potrebbe essere adottato anche dalle normative nazionali, come già accade in Canada, dove i privati possono farsi carico del mantenimento di una famiglia di rifugiati, fintanto che non siano autosufficienti.

 

“Nei corridoi umanitari c’è un elemento dirompente, si liberano delle energie che non costano e producono effetti inaspettati” spiega Lino Paoli, responsabile della Comunità di Sant’Egidio a Lucca – non appena è arrivata a Lucca la prima famiglia, nel giugno scorso, dieci persone hanno messo a disposizione il proprio tempo, volontariamente e gratuitamente, per insegnare loro italiano”.

 

Daniela Pompei coglie questo sentito per suggerire che la percezione comune del problema dell’immigrazione non è esatta. “Al contrario di quanto si pensi – sostiene – gli immigrati sono un dono per l’Italia e per l’Europa, non un problema: tra il 2015 e il 2016 sono entrati in Europa 1 milione e 400 mila persone, che in proporzione ai 510 milioni di abitanti europei, sono una cifra irrisoria, circa lo 0,29% della popolazione. Quello a cui assistiamo adesso è solo un problema di assestamento che, unita ai recenti movimenti terroristici, condizionano negativamente la percezione del fenomeno. Ricordate l’immagine del Papa che tornava dal viaggio a Lesbo portando con sé in Italia tre famiglie musulmane, trasmessa da tutte le TV arabe? Ha un impatto mediatico molto più potente di tante altre azioni politiche, un messaggio di sicurezza forte”.

 

Pompei ha conclude  sottolineando che il modello che la Comunità di Sant’Egidio vuole promuovere è quello adottivo. “Un modello di inclusione sociale, di integrazione, che può funzionare – dice Daniela – solo se la società civile lo sostiene. Parafrasando Winnicott, se l’accoglienza funziona diventa una normale storia umana”.

 

L’auspicio, che più volte viene ribadito durante l’incontro, è che questo progetto venga replicato anche negli altri Paesi europei, dove la legislazione è la stessa e le possibilità di accoglienza sono le medesime. L’incontro si chiude con le parole in italiano di Dikran Krikor, padre della famiglia arrivata a Lucca pochi mesi fa, “Voglio ringraziare la Comunità di Sant’Egidio – sono le sue parole – per quello che avete fatto e state facendo. Ho conosciuto nuove persone qui, che sono diventate la mia famiglia”.

 

Marta Rinaldi

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