Continuano i racconti dei profughi della Croce Rossa, Malik: “il mio miglior nemico è il mio padrone”

Continuano i racconti dei profughi della Croce Rossa, Malik: “il mio miglior nemico è il mio padrone”

LUCCA – Ancora un nuovo appuntamento con la rubrica settimanale dedicata alle storie dei profughi richiedenti asilo del campo della Croce Rossa. Questa è la storia di Malik, giovane 25enne di Mali in Italia da fine maggio. La sua storia è simile a quella di Michelle perché appartenenti alla stessa etnia, appartenenti allo stesso odio razzista, figli di un paese sbagliato che matura la crudeltà come pane quotidiano. Ma quella di Malik è anche una storia di amicizia, la storia di un rapporto di sudditanza trasformato in fratellanza. Una storia di sopravvivenza, quando la vita ti lascia solo e l’anima umana si attacca a chi meno ci aspettiamo e forse il nostro cuore ha la vista più lunga dei nostri occhi per captare le persone che davvero possono aiutarci. Malik è stato comprato come una bestia, Malik aveva un padrone, questo padrone l’ha salvato, questo padrone è diventato il suo miglior nemico.
La vita a Mali
Quando vivevo a Mali avevo la fortuna di poter non lavorare e di studiare anche se la situazione nel mio villaggio non era delle migliori perché io e la mia famiglia appartenevamo all’etnia in minoranza e ogni giorno dovevamo affrontare violenti conflitti. La storia del mio viaggio inizia il giorno in cui purtroppo morì mio padre e rimanemmo da soli io e mia madre. Avevamo molti terreni che mio padre, quando era ancora in vita, gestiva e nei quali lavorava ma il capovillaggio e la sua famiglia, una volta morto mio padre, volevano riprendersi i terreni che dicevano appartenere a loro. Ero l’unico figlio maschio e quindi tutta la responsabilità della questione ricadeva su di me.
Essendo la nostra etnia minoritaria, tutte le altre si allearono con quella della famiglia del capovillaggio che, essendo stato in passato amico di mio padre avrebbe anche ceduto in questa battaglia, ma non aveva più nessun potere. Avevamo tutti contro, tutti si erano alleati contro di noi così che l’unica cosa che ci rimaneva da fare per non morire, era andarcene, scappare lontano da quell’inferno. Ci minacciarono molte volte che se fossimo rimasti ancora lì ci avrebbero ucciso ma io e mia madre volevamo lottare in nome di mio padre e aspettammo a lasciare il villaggio fino a quando una notte alcuni banditi, con il volto coperto, entrarono nella nostra cosa pronti ad ucciderci e fortunatamente sia io che mia madre riuscimmo a scappare e a dileguarci nel bosco scuro della notte, facendo perdere le nostre tracce. Per rischiare il meno possibile che ci trovassero ci dividemmo ed è da quel giorno che io non ho più notizie di mia madre, era giugno 2016 e da lì iniziò il mio viaggio.
Il viaggio
Ero da solo e senza soldi, volevo solo trovare il modo per arrivare in Italia per costruirmi una vita migliore e per rendere felice mia madre. Dormivo nelle stazioni raccogliendo gli spiccioli per terra per pagarmi da mangiare e da bere. Ero ancora a Mali, non riuscivo a uscire dallo Stato perché non avevo soldi e avevo bisogno di un lavoro. Feci amicizia con un ragazzo e grazie a lui iniziai a guadagnare qualcosa aiutando le persone a salire e scendere dal treno. Con il poco che ero riuscito a mettere da parte pagai il mio viaggio per la Libia, una macchina ci caricò ma, al contrario delle promesse che ci avevano fatto, ci portò direttamente in prigione. Una volta in cella chiesero di chiamare i familiari o chiunque fosse disposto a pagare il riscatto ma io non avevo nessuno, solo mia madre era rimasta viva e non sapevo dove fosse e se lo fosse ancora. Non è possibile spiegare e descrivere la vita dentro quella prigione, ogni giorno ci picchiavano e abusavano di noi. Gli arabi sono davvero dei mostri, usano la violenza senza un reale motivo. Un giorno però un arabo mi ha scelto per essere comprato, come un animale, insieme ad altri due ragazzi e ci ha portato via da lì. Per due mesi ho vissuto a casa di questo; avevo da mangiare un piccolo pane ogni giorno e da bere acqua salata. Vivevamo in questa casa in mezzo ai campi, la situazione era migliore ma era comunque una prigione. Lavoravo senza essere pagato.

 

Con il tempo mi sono abituato a quella condizione e, per come avevo vissuto fino a quel momento, non era poi così male. Io e l’uomo libico, vivendo a stretto contatto, facemmo amicizia tanto che arrivai a raccontargli la mia triste storia. Dopo qualche mese di convivenza ci fu un altro forte attacco etnico e il libico, non volendo avere problemi per tenere tre ragazzi di colore in casa, decise di liberarci ma io preso dalla paura volevo restare con lui. Era l’unica persona che avevo, l’unico amico con cui parlare. L’uomo decise di tenermi con lui ma non poteva più farmi lavorare così trovò il modo di farmi arrivare in Italia prima possibile. Mi portò a casa di un suo amico che gestiva la tratta dei neri e attraverso questa persona ebbi la possibilità di arrivare al mare. “Ti ho portato fino qui per liberarti, o trovi la morte o trovi la libertà in mare”: queste furono le ultime parole che mi disse, parole che non dimenticherò mai come i suoi profondi occhi neri. Presi il traghetto, con la speranza di trovare la libertà e la vita e adesso sono qui.
Il futuro in Italia
Sto bene qui, mi sento sereno e tranquillo e non ho più paura. Vorrei restare e lavorare, l’unico pensiero è quello per mia madre che non sento da più di un anno. Spero solo che sia ancora viva. Vorrei solo dirle che sto bene e che ce l’ho fatta.

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5 Commenti

  • daniela
    13 ottobre 2017, 23:30

    ma aiutano anche gli italiani ?

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  • Gianpiero
    13 ottobre 2017, 21:03

    Volendo dare una casa in affitto a una decina di migranti come posso risolvere…appena rifatta 80 metri quadri in piccolo contesto di corte

    RISPONDI
  • CLAUDIO DELL AMICO
    13 ottobre 2017, 09:35

    Sig. Gutti può contattarmi al 328 6636018 per avere tutte le informazioni sul Centro Richiedenti Asilo. Claudio Dell Amico – Comunicazione e stampa – CRI Lucca

    RISPONDI
    • gigino@CLAUDIO DELL AMICO
      13 ottobre 2017, 23:51

      io avrei una villa con un grande parco e conti correnti a dieci zeri da donare a questi poverini che appena arrivati sono spaesati e non in grado di badare a loro stessi…per favore, aiutatemi a donare!

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  • Rino Gutti
    12 ottobre 2017, 14:56

    Che tragedie umanitarie, c’è modo di fare una donazione al campo o direttamente alle famiglie?

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