Continua il nostro viaggio con i profughi: la storia di Aminah, un amore oltre la violenza

Continua il nostro viaggio con i profughi: la storia di Aminah, un amore oltre la violenza
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Aminah vista da Nicole P. Claroni

LUCCA – Ecco un’altra storia di vita vera per la nostra rubrica sui profughi richiedenti asilo che alloggiano nel campo di accoglienza della Croce Rossa. Questa è la storia di una giovane donna, una ragazza anzi, di soli 23 anni. Una storia d’amore, un amore vissuto nella violenza e nell’odio. La storia della perdita di un bambino insieme alla speranza di un futuro diverso. È la storia di Aminah, nigeriana, in Italia da poco più di un mese. Aminah amava suo marito, amava anche il bambino che portava in grembo ma la vita crudele a cui è stata destinata l’ha portata a dover rinunciare ad entrambe le cose per sopravvivere. Aminah adesso è qui davanti a me, mi parla del suo amato e gli occhi luccicano proprio come quelli di una ragazza al primo appuntamento e in quella luce, finalmente, vedo un po’di spensieratezza caratteristica dell’età che solo l’amore, anche nella totale difficoltà, può far nascere.

 

La vita in Nigeria

Quando vivevo in Nigeria ero una parrucchiera, avevo il mio negozio e mi piaceva quello che facevo. A 19 anni mi sono sposata e avendo alcuni problemi nella mia famiglia ho deciso di lasciarli e di andare a vivere con mio marito e con la sua famiglia. Il padre di mio marito, mio suocero, aveva due mogli e io e mio marito, di conseguenza, vivevamo con lui, le sue due mogli e gli altri figli che non si sono però mai comportati bene con noi. Quando poi morì la madre di mio marito la situazione divenne ancora più difficile ed era quasi impossibile vivere con la moglie di mio suocero e i suoi figli. Ogni giorno ci picchiavano e la notte ci buttavano fuori di casa, mio suocero non diceva niente visto che la moglie era molto gelosa e non gli permetteva nemmeno di parlare con me.

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(Foto by Nicole P. Claroni)

Quando rimasi incinta fu una vera tragedia: mi picchiarono fortissimo, sia mio suocero che i suoi figli, mi presero e mi legarono e mi riempirono di botte per farmi perdere il bambino. Lo persi. A quel punto decisi, insieme a mio marito, che non volevo più vivere lì. Stavo male, ero una schiava e non ero libera nemmeno di vivere la mia storia d’amore. Decidemmo così di fuggire.

Il viaggio


Un uomo ci aiutò a fuggire, ci caricò su un furgone e partimmo senza nemmeno sapere dove andare. Quando scendemmo da questo furgone capimmo che eravamo in Niger. Qui non riuscivamo a trovare a lavoro e decidemmo allora di partire per la Libia. Una volta arrivati ci divisero e ci misero in prigione. Mi portarono via e non ho più saputo niente di lui, nemmeno se fosse vivo. Venni chiusa in questa prigione in attesa che qualcuno pagasse il riscatto. Ogni giorno gli uomini libici mi picchiavano e abusavano di me, mi guardavano e mi buttavano in terra ridendo e sputando sul mio corpo. È stato terribile, la Libia è l’inferno. Ero da sola, avevo perso qualsiasi tipo di speranza fino a quando non mi hanno venduto a un uomo che mi ha portato a casa sua, dovevo servirlo e in cambio mi faceva dormire lì e mi dava un po’di pane da mangiare ogni mattina. Anche lui abusava di me ma non era come in prigione, almeno avevo un posto dove dormire senza aver paura di essere frustata nel cuore della notte. Un giorno questo signore mi ha caricato in macchina senza dirmi dove mi avrebbe portato e mi ha scaricato sulla costa dicendo che tanto non avrebbe più avuto bisogno di me. Lì ho deciso di provare a partire per l’Italia e sono salita sul barcone.

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Foto by Nicole P. Claroni

Il futuro in Italia


Durante tutto il viaggio ho pensato a mio marito, credevo fosse morto ma speravo che anche lui ce l’avesse fatta. Non sapevo più niente di lui dal giorno in cui arrivammo in Libia, più di 9 mesi fa. Appena arrivata qui ho avuto la possibilità di mettermi in contatto con mia madre, le ho detto che ero viva e che stavo bene e che ora sono al sicuro. Le ho chiesto subito se avesse notizie di mio marito ma lei non sapeva niente se non che l’aveva chiamata qualche mese prima chiedendo di me ma non le aveva detto dove si trovasse. Mi sono fatta dare il numero dal quale ha chiamato ma lei non lo sapeva, sapeva solo che il prefisso era italiano. Non ci credevo, anche lui era qui in Italia come me! Grazie alle persone del campo di accoglienza sono riuscita a cercarlo e a trovarlo: si trova in un campo si accoglienza a Prato, sta bene e non vedo l’ora di riabbracciarlo e di poter vivere il nostro amore allo scoperto, senza paura.

 

Bianca Leonardi

Si ringrazia per le foto Nicole P. Claroni

8 commenti

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8 Commenti

  • L'Urlatore
    20 settembre 2017, 14:25

    Era logico che con Poschi direttore la linea editoriale sarebbe stata questa! Una delle famiglie più radical chic di Lucca…. Quindi ogni commento penso sia superfluo, questa qui poi a chiamarla profuga ci vuole tanto ma TANTO CORAGGIO

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    • leo10@L'Urlatore
      20 settembre 2017, 17:47

      invece per chiamare te essere umano ci vuole tanto ma tanto coraggio

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      • L'Urlatore@leo10
        21 settembre 2017, 09:14

        Ah si? Conosco molte persone che hanno avuto una storia molto simile a questa Aminah ma non sono profughe in nessun paese! Se tutti dovessero litigare con i suoceri e partire sai che popo’ di immigrazione ci sarebbe????
        Poi magari sarebbe meglio che tu argomentassi il perchè di tanto astio nei miei confronti!

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        • Marco@L'Urlatore
          21 settembre 2017, 11:14

          "Conosco molte persone che hanno avuto una storia molto simile a questa Aminah"

          rileggi la storia. hai ancora il coraggio di scrivere la frase sopra?

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          • L'Urlatore@Marco
            21 settembre 2017, 12:56

            si, ho il coraggio perchè parlo della "partenza" di questa storia, non del viaggio e della situazione in Libia..

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          • Marco@L'Urlatore
            21 settembre 2017, 14:47

            leggo dal testo

            "Ogni giorno ci picchiavano e la notte ci buttavano fuori di casa, "

            "Quando rimasi incinta fu una vera tragedia: mi picchiarono fortissimo, sia mio suocero che i suoi figli, mi presero e mi legarono e mi riempirono di botte per farmi perdere il bambino. Lo persi."

            tu hai scritto "Conosco molte persone che hanno avuto una storia molto simile a questa Aminah ma non sono profughe in nessun paese"

            spero ovviamente che gli aguzzini delle persone che conosci siano in carcere. Questo ovviamente se le storie che conosci tu sono davvero paragonabili a quelle della ragazza.

            Cosa di cui, onestamente, dubito molto fortemente.

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    • Maggioranza silenziosa@L'Urlatore
      20 settembre 2017, 15:23

      Certo radical chic…
      invece quelli del Dio Patria famiglia che bestemmiano ogni giorno, amano talmente la famiglia da averne (minimo) due non disdegnando i servizi offerti dalle meretrici immigrate e della Patria conoscono giusto le galere,
      quelli vanno benissimo

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  • Zin
    20 settembre 2017, 12:52

    Hanno grande amore per la loro patria….

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