Batte ogni record il Festival di Sanremo dove la musica è davvero protagonista

Batte ogni record il Festival di Sanremo dove la musica è davvero protagonista

SANREMO – Scusate se parto dal momento più emozionante di venticinque ore di spettacolo: il monologo (tratto da “La notte poco prima della foresta” del drammaturgo francese Bernard-Maria Koltès) di un Pierfrancesco Favino in stato di grazia, commosso e partecipe, sul disperato bisogno degli altri e sul come ci si senta stranieri in o fuori patria, chiuso dalle note del capolavoro di Ivano FossatiMio fratello che guardi il mondo”, cantato da Mannoia e Baglioni, è uno dei pezzi televisivi più belli e intensi mai visti. Punto.

A Salvini in platea sarà certamente venuta l’orticaria.

 

Cinque giorni di Festival per partorire l’esito annunciato, più forte anche del regolamento, sul quale non entro nel merito. La gara la vincono Ermal Meta e Fabrizio Moro, testo forte quanto basta e ritornello slogan che si ricorda subito, tutto sommato con merito, viste le alternative di buon livello ma non indimenticabili, a parte forse la classe di Vanoni-Pacifico-Bungaro e il team napoletano Avitabile-Servillo.

 

L’incertezza è stata merito de Lo Stato Sociale, divertenti anche se non originali, geniali nella trovata della super ballerina attempata, ma l’effetto-Gabbani stavolta non ha funzionato fino in fondo.

 

Terza Annalisa, gran bella voce e canzone già sentita. E poi Ron, con l’inedito di Dalla piaciuto a tutti, anche se delle cose rimaste (di solito volutamente) nei cassetti non riesco a non diffidare. E di Lucio ho il massimo rispetto.

 

Una citazione la meritano gli ultimi, Elio e Le Storie Tese: il loro “Arrivedorci” forse voleva essere ironico sulla fine della loro gloriosa e straordinaria avventura, ma tutti l’hanno percepita come un malinconico addio e basta, testimonianza della conclusione anche creativa di una carriera lunga e piena di genialità. Ci mancheranno.

 

Le cifre d’ascolto sono state straordinarie e questo di per sé dice che il festival di Claudio Baglioni ha funzionato: affidata la conduzione a una scatenata Michelle Hunziker (senza di lei le puntate sarebbero durate dieci ore l’una), che è svizzera solo in questo e a un Favino prima spalla, poi protagonista assoluto (canta, balla, imita, parla inglese perfettamente, è bello, simpatico e romantico), Baglioni ha eliminato tutti gli ospiti extra-musica, “costringendoli” a duetti con lui o a cantare in italiano o quel che era (Sting da dimenticare), surclassandoli regolarmente sui suoi brani, ma non solo.

 

Può piacere o no ma la sua canzone è pop nel miglior senso del termine. Si è parlato insomma solo di musica e questo è piaciuto (insieme alla non-eliminazione e all’allungamento della durata delle canzoni) a colleghi e addetti ai lavori ed evidentemente anche al pubblico televisivo. Sarà durissima fare meglio di lui e forse neppure lui stesso potrà farlo (l’unico che potrebbe tentarci nella conduzione è Fiorello, ma il resto?).

 

Non è mai stato uno dei miei preferiti, ma la considerazione di quello che è Claudio Baglioni cambiò l’8 settembre del 1988, al concerto Human Rights Now di Amnesty International, al vecchio stadio comunale di Torino, davanti a 50-60mila spettatori, quando, unico italiano sul palco, si esibì dopo Youssou’n’Dour e Tracy Chapman e prima di Peter Gabriel, Sting e Bruce Springsteen. La platea non era certo la sua e fu salutato all’ingresso da una bordata di fischi e ululati, ma fu appena partì la musica che iniziò il finimondo: sul palco e addosso a lui e ai musicisti (che erano quelli di Peter Gabriel), che si guardavano in faccia sconvolti, arrivò di tutto, dai panini alla frutta, dalla carta alle bottigliette di plastica e di vetro (non c’erano troppi controlli e divieti in quegli anni). Baglioni le scansava impassibile, togliendosi le cose di dosso, continuando a cantare per una mezz’ora/quaranta minuti una scaletta neanche troppo melodica per lui ma evidentemente troppo pop per un pubblico imbufalito e anche prevenuto. Una contestazione preparata che fece impallidire gli illustri colleghi dietro le quinte e che non dette al mondo una grande immagine dell’Italia, che solo da pochi anni aveva riaperto ai grandi concerti internazionali. Ecco, lui non calcò la mano sull’accaduto, in qualche modo quasi giustificandolo, visto l’ambito in cui si era svolto.

Non solo, anche in seguito e negli anni successivi, Baglioni raramente è tornato sull’accaduto. Insomma, una specie di santo. Che vuoi che sia battere tutti i record dell’evento musicale ma soprattutto televisivo dell’anno? Chapeu!

 

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