Capitolo quarantacinquesimo - Jena Pluviens Reloaded

Romanzo a puntate : Un'imprevedibile concatenazione di eventi

del 29/09/2009 di Ciumeo.it

Nei capitoli precedenti: Un uomo, Enea Pretori, giace esanime in casa sua dopo una tremenda caduta. I rapporti con il vicino Salvo De Santis non sono ottimi, quelli con l'amico di lui, il teologo Ugo Calmeri, sono inesistenti. Eppure proprio questi, nel tentativo di soccorere Enea, scoprono che è una loro vecchia conoscenza, a cui molti anni prima hanno combinato un pesante scherzo. Mentre Enea rinviene e comincia a guardarsi attorno, il pianeta affronta una crisi finanziaria causata dalla morte improvvisa del noto magnate Edmondo Brooks, e un giornalista di razza - Camillo "Jena" Ruggeri - si mette alla ricerca di uno scoop, scatenando l'intero mondo dei media e un gruppo di curiosi anziani.

Camillo Ruggeri dondolava lentamente sulla sedia da venti minuti. Dopo altri venti lo aspettava la riunione con il Direttore generale. Una pioggia scrosciante rigava la vetrata davanti a lui, oltre la quale stava stesa come sempre l'intera Capitale.  "Come una battona", pensò. 

 

Alle sue spalle, sulla scrivania dove era solito alloggiare un Martini, un castello di documenti, vecchi giornali e bicchierini di plastica con fondi di caffè stava in equilibrio instabile. Jena era alla sua postazione dalle due di notte e piano alle sue spalle le prime svogliate luci dell'alba facevano capolino scolorando quelle notturne e artificiali della battona in lontananza. La sconfitta è certo un calice amaro e questo, Camillo, lo aveva imparato nel corso degli anni. Quello che ancora non aveva del tutto chiaro era quanto potesse risultare velenosa una battaglia persa se a questa si aggiungeva il carico pesante della beffa. Ci era voluto un po' di tempo perchè il lutto fosse elaborato. Alle dieci di sera aveva ricevuto la notizia da Bandini, alle dieci e sedici aveva avuto un attacco di collera, esaurito il quale Camillo si era ritrovato alle dieci e ventisette con un televisore rotto, una mazza da baseball - regalo di un giocatore dei New York Yankees, intervistato nell'ottantacinque - spaccata in due tronconi scheggiati su un - adesso ex - pianoforte a coda, e mezza bottiglia di Martini tracannata senza ghiaccio né oliva nè travaso nel bicchiere. Sudato, ansimante e visibilmente alticcio, Jena aveva poi preso la risoluzione di mollare il suo buen retiro campagnolo e tornare immediatamente nella grande cloaca, per riprendere in mano le redini della situazione, o almeno tentare. Alle undici e zero tre si era infilato in doccia e altri ventuno minuti più tardi era in macchina, pronto all'azione.

La notte aveva in qualche modo portato consiglio, tanto che le ricerche svolte avevano alla fine incanalato le idee e le congetture verso una qualche direzione non completamente vaga e casuale. Prima i punti fermi. Brooks era morto, e questo era indiscutibile. Infarto con bagascia al seguito. E anche questa ormai era storia nota, visto che grazie a quel bastardo argentino che sorrideva sardonico durante le interviste in televisione - dove avrebbe dovuto apparire lui stesso, Jena - adesso la notizia di pubblico dominio e ufficialmente battuta e confermata da ogni agenzia era che l'infarto di Brooks altro non era se non il suicidio preterintenzionale di un uomo ben consapevole delle proprie limitazioni fisiche. Quindi la storia di ieri suonava come: uno degli uomini più potenti del pianeta si lascia morire sopraffatto dalla disperazione per il suo destino ormai segnato. Bene. Questi i punti chiave. Ora andavano chiarite condizioni ambientali e variabili correlate. Su questo Camillo aveva ben chiaro un teorema del mestiere: quando getti una secchiata di merda nel ventilatore, non sai mai esattamente dove andrà a finire. Ecco quindi una serie di domande cui sarebbe stato interessante trovare risposta: perchè Brooks aveva radunato quella sconsiderata mole di potere se era certo di dover contare di lì a breve i propri peccati alle porte del Paradiso? Brooks aveva una discendenza di qualche tipo? Cosa prescriveva il testamento del più grosso magnate del pianeta? L'ultimo punto era oggetto di discussione pubblica già da molto, troppo tempo, e l'interesse dei lettori sugli esiti dei dibattimenti o sulle più o meno strampalate ipotesi di legali e finanzieri andava rapidamente scemando. I più al momento concordavano sul fatto che l'esecutore testamentario, già pubblicamente identificato nella figura di uno dei più importanti avvocati americani - tale Stewie Van Straten, già noto per aver brillantemente risolto molti controversi casi di enorme eredità contesa - in assenza di discendenti diretti e prevedendo prove irrefutabili di supposti legami di parentela con squillo, parvenu, figli illegittimi e disperati che avrebbero quotidianamente bussato alla sua porta, entro sei mesi dalla morte del defunto avrebbe stabilito il destino dell'immenso capitale consegnandolo nelle mani dell'unica famiglia riscontrabile alle spalle del defunto. In altre parole si sarebbe elegantemente sottratto allo scacco, disperdendo un'intera vita spesa nell'accumulo di denaro e potere nelle oltre cinquecento società gestite dal gruppo del defunto Brooks, del quale i numerosi top-manager non avrebbero certo mancato di perorare la causa.

Caso strano: dacché il vecchio alcolizzato si era fatto trovare schiantato sotto una puttana preda di una comprensibile crisi isterica, nessuno, ma proprio nessuno si era fatto seriamente avanti anche solo per dichiarare una qualche comprovata contiguità parentale con il defunto. E che Brooks non avesse parenti riconosciuti di nessun grado era cosa francamente impensabile, così come erano a dir poco inattendibili le ricostruzioni genealogiche recentemente pubblicate su Forbes. Possibile che un volume così spaventoso di denaro e titoli non avesse ancora raggiunto le orecchie dei fortunati eredi ancora in vita? Possibile, in quest'epoca di onnipresente comunicazione tecnologica, che Brooks avesse figli o fratelli dispersi in una qualche remota landa dell'Indocina, o qualche altro posto dimenticato da Dio e non raggiunto da quotidiani, radio, fibre ottiche, telefoni? Nottetempo, con questi pesanti interrogativi nella testa e una volta raggiunto il grosso palazzo in vetro brunito della testata, Jena Ruggeri si era introdotto negli archivi transitando sotto l'occhio vitreo del custode invalido addormentato, e quivi aveva iniziato la propria ricerca riguardo a questo controverso aspetto della vicenda, l'assenza inspiegabile di parenti in vita, incocciando in una pista che già all'interno degli archivi emanava il caratteristico odore corrotto dei potenziali grossi scoop. Adesso che albeggiava, e finalmente la pioggia pareva diradarsi, quei primi indizi formavano un piccolo dossier contenuto in una cartellina marrone, e l'incontro con il Direttore assumeva contorni meno tragici di quello che appariva solo poche ore prima. Camillo, stanco ma soddisfatto, nell'abbandonare gli archivi si lasciò andare a un balletto improvvisato risvegliando il custode dal suo torpore: l'occhio sano dell'anziano Mareschi si alzò a mezz'asta, seguito dal capo dondolante e da un filo di bava biancastra e rappresa, aprendosi accompagnato dal sorriso generico e disorientato di chi non ha idea di cosa stia accadendo ma trova la cosa piuttosto spassosa. E invece il sorriso sardonico dell'argentino bastardo, canticchiava tra sé Jena Ruggeri, quello sarebbe presto scomparso, sostituito da espressioni contrariate ben più appaganti.

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