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giovedì, 17 maggio 2012

Fossati al Winter Festival: poesia, amore, speranza, rock e tanto altro

ph: Laura Casotti

16-12-2011 / on stage / Paolo Ceragioli

LUCCA, 16 dicembre - Finisce a mezzanotte, come le più belle fiabe. Ma il concerto di Ivano Fossati, che con questo Decadancing Tour chiude la sua carriera live, così come quella discografica, rimarrà scolpito nella mente e nel cuore di chi vi ha partecipato.  Due ore e 40 minuti di grande musica e grandi parole, forti, delicate, tristi e divertenti, con la speranza come filo conduttore e davanti a un teatro "sold out" e un pubblico davvero caldissimo.  

Un po' di ritardo, come si conviene ai grandi appuntamenti: alle 21,20 Ivano Fossati e la sua band entrano in scena tra gli applausi di un pubblico straripante e pronto all'entusiasmo. L'occasione è importante e tutti sanno che lo show dovrà essere indimenticabile. Ma non è affatto scontato che lo sia. Questa volta, al Winter, lo sarà.

Via con Viaggiatori d'Occidente e Ventilazione, roba del 1984 ancora piena di vita: Fossati si presenta con chitarra elettrica e camicia e pantaloni scuri, con tanta voglia di rock e una voce in gran spolvero. Poi si rivolge al pubblico chiedendo di dimenticare che questo è l'ultimo tour, come sta facendo lui ogni sera, invitando a godersi la serata divertendosi. E questo succederà, con le urla dei "ripensaci" che si faranno sempre più rare, fino a scomparire. 


Con La decadenza e Quello che manca al mondo, spazio a Decadancing, con arrangiamenti rock di effetto (anche quattro chitarre insieme) ma testi incisivi che non si può fare a meno di sostenere. Rispunta dal cilindro una Stella benigna quasi dimenticata (da Macramé, 1996) dove Fossati si siede al piano e racconta la storia di una ragazza irachena che fatta condannare dalla famiglia perché voleva studiare, riesce a fuggire all'estero e a un destino triste.

Settembre è una nuova perla tra le storie d'amore finite ma accettate, prima di due capolavori quali Lindbergh e Mio fratello che guardi il mondo, dedicata a quegli immigrati (come lo siamo stati noi un tempo neppure troppo lontano) oggi visti come la peste da parecchia gente.

E L'amore fa alleggerisce l'atmosfera con un po' di cose che questo sentimento riesce  nostro malgrado a farci fare. Si torna al rock e alle chitarre elettriche per Ho sognato una strada e Cara democrazia, coppia di lusso da L'arcangelo (2006) che in qualche modo aveva precorso i tempi e che chiudono la prima parte.

Dieci minuti di intervallo teatrale e si riparte con La crisi, attualissimo brano scritto però nel 1979 e ripescato ad hoc per l'occasione. Un grande applauso accoglie poi le prime note de L'amore trasparente, amatissima dal pubblico.

Molto bello l'arrangiamento de L'orologio americano, con assolo di violoncello, seguito dalla intensa e sofferta Carte da decifrare (solo piano di Fossati) e il super classico La musica che gira intorno (che dà il nome alla nostra rubrica di musica), come sempre pretesto per presentare l'ottima band, che si divide nel trio rock Barale-Fossati-Gelsi (che attaccano Whole lotta love dei Led Zeppelin) e nel trio classico (con tanto di maschere) Cantarelli-Galardini-Marchiori (che provano un Rondò Veneziano).

Da Decadancing arriva Tutto questo futuro, che precede la struggente C'è tempo, dove Fossati usa splendidamente la sua voce anche recitante. Un altro tuffo nel passato-passato con E di nuovo cambio casa e Di tanto amore (entrambe tratte da La mia banda suona il rock, 1979) e infine l'ideale chiusura di speranza assoluta de I treni a vapore, che continuano e continueranno sempre a portarci lontano dal dolore. 

Il bis si apre con la dedica affettuosa e orgogliosa di Ivano alla propria città: Chi guarda Genova, seguita dalla solita, incredibilmente evocativa La pianta del tè (1988 per entrambi i brani, stesso meraviglioso album La pianta del tè).

E poi, indietro fino al 1980 della perfezione di Una notte in Italia, una di quelle canzoni da isola deserta e che ogni volta ti fanno venire i brividi perché quello che racconta appartiene davvero a tutti.
Non basta. Secondo bis e Fossati si siede da solo al piano per La costruzione di un amore, ennesimo lancinante ritratto d'amore sofferto, frutto dell'assolutezza dei giovani, infatti scritta a 30 anni nel 1981 e oggetto di numerosissime cover.
L'amore invece adulto, come l'artista genovese stesso lo ha definito, ha ispirato Il bacio sulla bocca, tra le cose recenti (2003) una delle più apprezzate. 

Si accendono le luci: ma non è finita. Fossati tira fuori il suo vecchio flauto dei tempi dei Delirium e si congeda con la piccola suite Dolce acqua (Speranza) dall'omonimo album del 1971, che fa venire i lacrimoni ai meno giovani e che chiude idealmente il cerchio di una carriera lunga e luminosa.

Intanto, in sala, è standing ovation e giusto trionfo. 

Forse non ci sarà davvero seguito, forse... mai dire mai.

Per ora teniamoci strette queste piccole, grandi emozioni.

 Grazie di tutto, "fratello" Ivano.

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Commenti

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17-12-2011 / simone

complimenti per l'articolo,rispecchia quanto vissuto durante questo memorabile concerto..Una band di bravissimi musicisti,un Ivano Fossati capace di stupire in ogni canzone per bravura e coinvolgimento, un pubblico molto partecipe hanno creato una gran bella atmosfera al Teatro del Giglio..ricorderemo questo concerto!

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