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giovedì, 17 maggio 2012

ThinkVisual - un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il ritratto

07-04-2011 / ThinkVisual - Viaggio nella fotografia / Filippo Brancoli Pantera

LUCCA, 07 Aprile - Oggi affrontiamo il tema del ritratto, che in fotografia costituisce quasi un genere a sè. E' relativamente facile trovare fotografi che sono specializzati esclusivamente in questo settore, perché le cose da gestire e da capire per fare ottimi ritratti sono talmente tante che spesso non è possibile poi concentrarsi su generi diversi. Questo ovviamente vale anche per altri campi. La regola generale è che più un settore ha possibilità di essere percorso e approfondito e maggiore è la probabilità che questo diventi il campo di applicazione principale. Della serie, se possiamo far bene una cosa impegniamoci fino in fondo.

Nonostante quello che si pensa, il ritratto è un genere in cui la tecnica pura serve a poco. Le sue regole, i suoi meccanismi sono molto sottili e sfumati e difficilmente un diaframma giusto, un raggio di sole o un bel viso si trasformeranno automaticamente in un bel ritratto. 

Se c'è una cosa che fa la differenza, qui come altrove, è semmai la composizione, l'inquadratura. Il dove ti posizioni, il cosa inquadri, e anche il cosa non inquadri sono parti fondamentali nella realizzazione di un ritratto. 

In un ritratto lo sfondo ha la stessa importanza del soggetto, è spesso proprio lo sfondo che contribuisce ad aumentare l'intensità della persona fotografata. Ovviamente questo non vale per i ritratti in studio con sfondo neutro, in quel caso ciò che conta è ridotto ancora più all'essenziale, composizione, espressione, luce. 

Nonostante tutti abbiano una minima dimestichezza con questo genere, quantomeno tutti sappiamo cos'e' e di cosa si parla, in realtà l'oggetto della questione non è totalmente trasparente e necessita qualche spiegazione. 

Gia' la definizione di ritratto non è così istintiva come sembra. Che sia la fotografia in cui viene rappresentata una persona non basta a chiarire le cose. Il vero soggetto di un ritratto non e' mai la persona ritratta, piuttosto è una via di mezzo, tra il fotografo e il soggetto, un po' ritratto un po' autoritratto di come chi scatta vede le cose di fronte a sè. Potremmo dire che un ritratto è l'immagine che un fotografo vuole vedere di quello che il soggetto mostra. Spesso funziona proprio così. 

E' proprio dall'interazione soggetto-fotografo che nasce un ritratto. C'è spesso una forte titubanza, in Italia soprattutto, da parte dei soggetti nel farsi fotografare. Questa paura nasce dalla confusione che viene fatta tra fotografia e realtà. Come se un ritratto dovesse essere l'espressione autentica di una persona, e nel caso non lo fosse non sarebbe giusto pubblicarla o realizzarla. Ma e' una fotografia, non potrà mai essere una precisa trasposizione in immagini di una persona, sarà simile certamente, ma diversa. Vuoi perché trasportata su una superficie bidimensionale, vuoi perché comunque il ritratto è un'immagine isolata nel tempo e nello spazio di una persona che invece nella realtà vive in un flusso unico e in movimento. Insomma, un ritratto non deve essere una copia dell'originale, altrimenti, esistendo già l'originale, non si capirebbe la necessità di guardare una foto, sarebbe solo un feticcio.  

Quando io scatto un ritratto raramente penso alla verità. A volte scatto foto a persone che non conosco minimamente, ne verrà fuori una che esprimerà un certo punto di vista, nato e sviluppatosi in quella specifica situazione. 

Italo Calvino ha scritto un racconto breve dedicato a questo tema, ed è molto divertente oltre che penetrante. Si tratta de L'avventura di un fotografo, contenuto in Gli amori difficili

Guardando la prima foto che ho messo nella gallery quello che colpisce è lo scambio che si crea tra i colori dei capelli e degli occhi della ragazza e lo sfondo con le piante. Non lo so se lei abbia un particolare rapporto con il mondo vegetale, ma non voglio nemmeno saperlo. 

La foto si regge su questo scambio, che nella fotografia funziona indipendentemente dalla realtà. E' una foto, non la sua biografia. Nella seconda foto, la ragazza con l'ombrello rosso ha un'espressione indefinibile, uno sguardo presente ma isolato dal mondo, come se stesse su un altro pianeta. La luce rossa filtrata dall'ombrello intensifica questa sensazione. Ma che lei sia davvero così è un altro discorso, è stata sicuramente così per un tempo brevissimo, quello dello scatto, poi è tornata nella suo mondo reale.

I ritratti sono come dei figli, tu vorresti che facessero questo e quello, ma poi si muovono da soli e devono essere in grado di reggersi con le proprie gambe, devono funzionare al loro interno e stare in piedi da soli, indipendentemente dalle nostre intenzioni, perché quello che conta alla fine e' solo quello che vediamo nell'immagine.   

Le due foto di esempio appena viste provengono da quel sottogenere di ritratto che viene definito snapshot. Ovvero fotografia di stile amatoriale, alla mordi e fuggi, ti fermi inquadri, scatti e riparti. E' un modo di fotografare, uno stile che è nato negli anni '70, giocando appunto con il linguaggio tipico amatoriale che in quegli anni stava conoscendo un vero e proprio boom. Per cui e' una fotografia veloce, non meditata o pre organizzata. Di solito fatte con macchine piccole, rapide, compatte per stare sempre in tasca e pronte a scattare.  

Tra tutti gli stili di ritratto è quello forse più semplice, certamente il più immediato, in cui manca totalmente un elemento che se gestito a dovere dà molta forza alle immagini. Si tratta appunto del rapporto fotografo soggetto. Saper gestire questo rapporto è quasi l'unico modo per arrivare ad un buon ritratto. E' una sorta di danza, in cui non dobbiamo mai scordare che siamo noi a dover condurre il gioco. Non condurlo vuol dire abbandonare il soggetto al suo destino, che spesso non si incrocia con quello dei bei ritratti.

C'e' un'altro tabù da sfatare. Quello per cui un ritratto posato (ovvero in posa) non è reale, bensì una finzione, una messa in scena, per cui non s'ha da fare. Se però il soggetto non mi si mettesse in posa, ovvero non mi guardasse e mi dedicasse attenzione, io non so come potrei fare un ritratto. Ho proprio bisogno che si metta in posa, che mantenga una sua naturalità e non sembri artefatta, ma sempre di posare si tratta. 

Sarebbe un po' come farsi ritrarre senza essere presenti, si può far tutto, ma certo risulta una scelta un po' bizzarra. Per cui se voglio fare un ritratto in cui mi impegno ho bisogno della partecipazione del soggetto. Nel momento in cui la ottengo devo ottimizzare al massimo il tempo a disposizione. Non chiediamo mai se possiamo fare una foto, quanto piuttosto un ritratto, ovvero un certo numero di foto sperando di ottenerne una buona. 

Nel momento in cui ottengo l'autorizzazione per un ritratto non ci sono più scuse per tirarsi indietro, siamo noi che dobbiamo gestire tutto. E' un contratto implicito, nessuno è obbligato a farsi fotografare, ma se mi dici di si, che sia per trenta secondi o dieci minuti, devi stare alle regole e farti fotografare seguendo le mie indicazioni, altrimenti tanto vale lasciar perdere. 

La terza foto è di un perfetto sconosciuto, mi piaceva la location, che ho scelto prima, e poi quando ho capito dove e come volevo scattare ho scelto lui, che casualmente stava passando per andare al lavoro. Le scelte le ho fatte prima perché scattando sconosciuti spesso non si ha tempo per improvvisare o cambiare luogo, per cui è meglio farsi trovare pronti. A questo punto, ottenuto il permesso di fotografare, ci dedichiamo solamente alla gestione del soggetto, sperando che segua le nostre istruzioni. Gli ho fatto due foto, una è finita nel cestino, una no, per cui è andata molto bene, ma se fossero state scartate entrambe non mi sarei sorpreso troppo, per farne una buona ne servono quasi sempre molto brutte.

Della quarta foto invece ne ho fatte di più, otto finite nel cestino, una tenuta. E' andata bene anche qui, e il ritratto è stato inserito dall'IPA (International Photography Awards) tra i migliori 25 del decennio 2000 - 2010. Le mie indicazioni sono state le solite che chiedo in questi casi, ovvero cercare di adottare un'espressione seria ma naturale, evitando gesti o pose curiose che sono divertenti da fare ma non da rivedere in foto.

Un super sorriso, un pollice alzato, possono essere divertenti sul momento, ma quando riguardiamo il ritratto non avremo più il contesto che ha generato tale scelta, non sapremo perché il soggetto ride o fa il segno della vittoria, e di conseguenza appariranno come atteggiamenti gratuiti, inspiegabili e, a seconda di quanto si eccede, anche un po' ridicoli.

Per cui la mia gestione spesso si limita a ridurre gli atteggiamenti che riconosco come dannosi per un ritratto, lasciando comunque al soggetto un buon margine di azione, se poi a me non piace chiedo che venga cambiato qualcosa.  E' questa la gestione del soggetto, che non e' difficile in sè,  ma nemmeno troppo facile, se ci scappa di mano e per esempio fa la linguaccia, il segno della vittoria, salta per aria e guarda di lato la colpa non sarà proprio tutta del soggetto, ma principalmente nostra.

Per cui, nella foto della ragazza sugli scalini, io non ho chiesto a lei che mettesse le chiavi dove sono o che assumesse quella posizione specifica, ho chiesto che non facesse certe cose, ma che si mettesse in una posizione in cui si sentiva a proprio agio. Lei sta sempre seduta così? Ha sempre quegli occhiali e quel taglio di capelli? Non lo so, questo ritratto parla di quel preciso momento e su quello che vediamo ognuno può costruire tutte le fantasie che vuole. Per funzionare un ritratto non deve essere vero in questo senso, ma deve avere tutta una serie di elementi al suo interno che possano far nascere un discorso, un'ipotesi, una fantasia. E più ne stimola e meglio è, vuol dire che comunica molto.

La quinta foto segue le solite regole, mie di gestione dei soggetti, e sue interne per quanto riguarda la lettura delle immagini. Da quello che vediamo (frase che dovrebbe essere sempre d'introduzione all'analisi di ogni foto) questa coppia esprime una forte affinità ed un grande affetto, lei è molto protettiva e materna, quasi anni '50, lui infonde sicurezza non ostentata e serenità. E' una coppia che comunica solidità e calore domestico. E' chi può saperlo se è vero o no, credo di si, sarebbero attori formidabili altrimenti, ma non posso nè escluderlo nè affermarlo con certezza, ma non importa nemmeno, quello che conta è che proprio lì e proprio in quel momento loro a me abbiano dato questa impressione. 

Della sesta foto invece non dico niente, come spesso accade quando guardiamo le foto siamo soli e senza spiegazioni: pensate a quello che vedete e provate ad indovinare chi potrebbe essere la persona ritratta, che lavoro fa, dov'è, da dove viene, dove va. Vediamo se qualcuno ci si avvicina...

La settima foto invece la vedete se seguite questo link. E' un ritratto di Richard Avedon fatto nel 1957 a Marilyn Monroe. Avedon è stato un ritrattista eccezionale, uno che ha cambiato la storia del ritratto. La sua genialità non era tanto nella tecnica, alla fine i suoi ritratti sono tutti uguali, non troppo difficili. Quello che è inarrivabile è la sua interpretazione psicologica, la sua capacità di scavare nella personalità del soggetto fino a trovare l'immagine che aveva in mente.

Prima del ritratto che vedete ne erano stati fatti moltissimi altri, questo è uno degli ultimi, dopo una sessione di scatto in studio lunga e faticosa. Gli attori sono probabilmente i soggetti più difficili da fotografare, ci vuole parecchio tempo prima che finiscano tutte le maschere che hanno a disposizione. E Marilyn Monroe in quegli anni non era certo un soggetto semplice, ti arrivava in studio già sapendo che faccia avrebbe mostrato.

Ma Avedon aveva tempo e ci sapeva fare, ha fatto interpretare a Marilyn il personaggio per cui è nota al mondo, l'ha fotografata come lei voleva, l'ha fatta ballare e cantare per ore, tra un bicchiere di vino e qualcosa da sgranocchiare. Poi lei ha cominciato a stancarsi, pensava di aver finito il servizio invece Avedon stava entrando in azione solo allora, e solo alla fine di questa sessione lunghissima è riuscito a trovare il ritratto che voleva: non più un ritratto come tanti di Marilyn Monroe, bensì uno dei pochissimi di Norma Jean, in arte Marilyn Monroe. 

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

Leggi la quarta puntata: il "reportage underground".

Leggi la quinta puntata: la fotografia d'autore.

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Commenti

Il contenuto dei commenti non costituisce notizia giornalistica

08-11-2011 / Giacomo Papini

Questo articolo mi ha piacevolmente colpito per chiarezza di idee e capacità di trasmissione delle stesse. Finalmente uno che pensa che un ritratto non debba rappresentare in toto una persona ma un'incontro tra due persone...il fotografo ed il soggetto...Click :)

Ciao e grazie.

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