La notizia è certa. Ne siamo certi?
20-02-2011 / Comunicazione / Marco G. Matteoli
LUCCA, 20 febbraio - Con la società in rete abbiamo l'opportunità fondamentale di avere più strade per determinare la notizia, per raccontare la verità. Come da molto tempo l'uomo sa, ma dimentica ad ogni occasione, determinare l'informazione significa determinare la verità storica. Descrivere una verità è dire la verità. Non sono rari i casi, anche recenti e recentissimi, di informazione che al di là dell'evidenza narrativa o peggio televisiva, descrivono quel che non c'è stato o nascondono l'accaduto. Il fine è sempre quello: celare il misfatto - o narrare un fatto - che determini un cambiamento significativo. Poco importa che la realtà raccontata non sia la realtà vera: la verità non è ciò che è vero, ma ciò che ricordiamo della verità.
Ci sono molti aforismi che raccontano questo concetto, non si contano i grandi uomini del passato che hanno lasciato traccia di questo insegnamento fondamentale, eppure ancora oggi non abbiamo imparato a cercare di filtrare l'informazione, ad assumerne in dosi sufficienti a farsi una idea oggettiva.
Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli; il fine giustifica i media, avrebbe potuto dire Schwarzkopf.
Dal suo quartier generale, col quale controllava ogni e qualunque informazione dal fronte della prima guerra in Iraq, si raccontava al mondo - grazie al nascente mito dell'informazione dall'evidenza reale, la CNN - dopo la resa degli iracheni il terribile bombardamento sulla carovana in fuga dai territori kuwaitiani prima occupati che causò migliaia di morti, probabilmente, ma di cui non c'è traccia mediatica all'epoca, scarsa menzione anche successivamente. Foto e dirette tv così reali e al tempo stesso così false, deviate come solo i media sanno costruire. In effetti quel conflitto è ricordato come la prima guerra combattuta sotto le telecamere, un'egida di pulizia e di rigore di verità che è suggellata dalla apparente esposizione diretta alle telecamere e che forse è invece l'esatto contrario dell'analisi storica di un conflitto, perchè laddove non c'era notizia si è approfondito in seguito, per capire tempi modi e verità della storia; da allora invece l'evidenza televisiva e fotografica non hanno prodotto.
Questo è solo uno dei tanti episodi in cui l'informazione chiara e libera, l'evidenza delle immagini e dei corrispondenti in realtà non hanno prodotto una verità. Così si è affermata oggi questa tecnica: iniziata e praticata con l'obiettivo di deviare o interpretare la realtà per uno scopo, da tempo si è articolata genericamente verso la confusione dell'informazione, contribuendo a determinare una diffusa incertezza della verità, la mancanza di rigore nel giudizio causata dall'indeterminazione della notizia. Leggo su Facebook la citazione di Vilém Flusser: "Ogni storicismo progressivo è da abbandonare". Il Cèco aveva visto bene, non credo per l'indeterminazione della verità e della conoscenza attraverso la storia, quanto per l'impossibilità di determinare una verità assoluta e univoca, indipendentemente dalla storia.
La scelta dell'attenzione è l'unica via perseguibile per afferrare la verità anche oggi, nell'era dell'informazione libera. Posso scrivere quello che voglio, finchè scrivo per un giornale che dà spazio alle idee libere. Questa libertà è alla base del privilegio per i lettori, che hanno l'opportunità di scegliere la verità che preferiscono. Il lettore può porre attenzione al livello di profondità dell'informazione: così, con più fonti, senza fermarsi ad una sola voce, può avvicinarsi alla verità accaduta, non alla verità della memoria - che cede il passo all'orgoglio, come dice Nietsche in Al di là del Bene e del Male.
Oltre a rifuggire la verità delle istituzioni, oggi più che mai guidata e deviata - a dispetto delle apparenze. Molta storia di ogni giorno ce lo mostra, invisibile come ogni cosa nascosta in bella vista.
 
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