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giovedì, 9 febbraio 2012

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Ascanio Celestini, "La pecora nera" al Festival di Venezia

04-09-2010 / Cultura / Nazareno Giusti

VENEZIA, 4 settembre -“Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”.

Così Nicola definisce il manicomio in cui è entrato da giovanissimo ed è rimasto rinchiuso per 35 anni, vedendo e vivendo tante cose. Nicola è nato nei “favolosi anni Sessanta”, e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori: un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura. Nella sua testa scompaginata i ricordi, la realtà e la fantasia di mischiano, si scontrano producendo imprevedibili allucinazioni, finché un giorno incontra il suo amore d’infanzia…

Sette minuti di applausi hanno accolto il film "La pecora nera" diretto e interpretato da Ascanio Celestini con Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin. Per tre anni Ascanio Celestini ha intervistato persone rinchiuse in manicomio. Tanti i ricordi e i racconti, uno su tutti: “Nel manicomio di San Clemente, a Venezia, uno di quelli dove ho condotto le mie indagini, un’infermiera mi raccontava tutti i momenti belli vissuti con i pazienti, come una carezza e un tramonto contemplato insieme. È vero che i malati di mente recuperano una certa umanità tra quelle mura, ma lì dentro riescono ancora a emozionarsi per piccolissime cose solo perché non è rimasto loro nulla”.

Da quelle interviste è nato prima uno spettacolo teatrale che l’autore continua ancora oggi a portare in giro per l’Italia, poi un libro ed infine questo film approdato in concorso al Lido.

Non si sa se ridere o piangere, ma non importa niente. In questa compresenza assoluta di comico e di tragico si ritrova incarnata la grande modalità tragica moderna” disse Edoardo Sanguineti

Il film (che sarà nelle sale italiane il 15 ottobre 2010) non è un opera di denuncia, ma “il racconto di un disagio, di uno spaesamento, di una crisi della coscienza di chi non sa stare in nessun luogo”.

Ho scritto e riscritto il film fino alla fine delle riprese – dice Celestini – sovrapponendo monologhi a dialoghi, utilizzando le immagini come un foglio bianco e usando le parole spesso in contraddizione con quello che mostro. Conosco bene i manicomi, ho fatto moltissime ricerche sul campo e per me è più importante pensare al linguaggio che al mezzo. Nel film non si accenna né alla legge 180 del 1978, né a Basaglia, alla dimensione politica preferisco quella etica, alla società l’individuo, l’unico al quale possiamo ancorare le nostre speranze. Del manicomio, che comunque nel migliore dei casi è un luogo terribile, volevo raccontare la parte migliore, non farne un’istituzione criminale dove i pazienti vengono maltrattati”.

"Non credo che ci sia bellezza nella pazzia - ha dichiarato Celestini durante la conferenza stampa veneziana - più che parlare di follia come situazione degenerata, io volevo parlare di una dimensione più sospesa e condivisibile, che è quella del disagio. Nel manicomio, il luogo per eccellenza dove ci si occupa del disagio, più che bellezza si trova consolazione, perchè l’istituzione toglie ogni responsabilità all’individuo. Toglieva, almeno fino al 1978, anche ogni responsabilità legale. Trovo - ha detto ancora Celestini - sia una cosa terribile ridurre un adulto fondamentalmente alla condizione di un neonato, ed era un po' questo sentimento che volevo raccontare nel mio film”.

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Commenti

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05-09-2010 / Vincenzo Moneta

Ho conosciuto Ascanio Celestini a Volterra dopo lo spettacolo della "Compagnia della Fortezza": Una persona semplicissima di una grandezza infinita.

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