La musica che...

giovedì, 9 febbraio 2012

Il carisma e l'eleganza di Leonard Cohen incantano Firenze

Cohen a Lucca (ph: Enrico Stefanelli)

04-09-2010 / on stage / Paolo Ceragioli

FIRENZE, 04 settembre - FIRENZE - Lui è carismatico, elegante nel suo completo scuro, gli occhiali scuri e il cappello e persino in forma fisica (questo 76enne saltella all'ingresso e all'uscita dal palco, si inginocchia spesso per cantare e si rialza senza tentennamenti). Canta benissimo e chiaro, i musicisti sono bravissimi e le coriste pure. La scenografia è scarna (una tenda che assume un unico colore a fine brani) ma appropriata, l'atmosfera è carica di positività. Il resto lo fa la piazza. Ma deve esserci qualche difetto, a parte i soliti ritardatari e ci si mette d'impegno per trovarli. Tutto inutile, è tutto davvero perfetto.
 
Il via è amore, con "Dance me to the end of love", sapore mediterraneo tra Grecia e Yiddish, ma "The future" riporta alla durissima realtà ("ho visto il futuro ed è un massacro" è la chiave della visione, purtroppo profetica, del genio canadese, nel 1992.  Poi, una dopo l'altra, capolavori assoluti, un giusto "greatest hits": Bird on the wire, Everybody knows, In my secret life, Who by fire, l'inedita (così come Lullaby) Born in chains, Famous blue raincoat, Chelsea hotel no.2, Waiting for a miracle e Anthem, sulla quale Leonard Cohen presenta la band e chiede venia per un piccolo break di una decina di minuti. In realtà saranno venti, ma dopo un'ora e un quarto di musica così, tutto si concede.
 
La scaletta è ormai collaudatissima, ma è sempre un piacere e una sorpresa ascoltare e riascoltare quelle canzoni, quei pezzi di vita ritagliati da un uomo che ne ha viste e passate parecchie, ma che non ha mai perso lucidità nel raccontarle.
 
E si riprende con "Tower of song", che Nick Cave stravolse con la sua oscura maestria, seguita da quella Suzanne (è lui stesso a suonare la chitarra acustica) che commuove e che rende omaggio, per noi, a Fabrizio De André che la tradusse e cantò. Sister of Mercy, Boogie street, Hallelujah (Jeff Buckley ne fece un'altra meraviglia), I'm your man e Take this waltz accompagnano la platea verso la fine del set con una infinita serie di emozioni forti.          

Non è finita, c'è ancora la più grande hit da classifica di Cohen, First we take Manhattan e infine "I tried to leave you", per salutare e ringraziare la platea e Firenze, perché suonare in un posto simile è certamente emozionante. Ascoltare, però, lo è altrettanto. Provare per credere, davvero.

| Altri

 

 

Commenti

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04-09-2010 / laura

tutto condivisibile, tranne l'appunto ai 'soliti ritardatari'. noi eravamo fra questi, se intendi con 'ritardatari' persone che alle 20.45 erano a 50 metri dall'ingresso, e che hanno dovuto fare una coda lunghissima, lentissima e caotica per entrare, perché era l'unico ingresso concesso (quello vicino al teatro verdi). ci siamo persi il primo brano cercando al buio il nostro posto, senza neanche una 'maschera' che ci aiutasse. e molti altri erano dietro a noi...

03-10-2010 / Paolo

un problema c'era, da parte degli organizzatori: la tarda e stretta apertura dei cancelli (oppure l'inizio puntuale del concerto, cosa a cui non siamo abituati in Italia). Io sono arrivato ai cancelli verso le 20.20-20.30 e non ho avuto problemi ad entrare, ma effettivamente le prime quattro canzoni erano disturbate parecchio dal flusso continuo di spettatori che cercavano il posto.

Paolo

qualche foto dal concerto di Leonard Cohen a Firenze:
http://themicrostockphotography.blogspot.com/p/leonard-cohen-page.html

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