Romanzo a puntate

giovedì, 2 settembre 2010

58 - Allunaggio

Camillo Jena Ruggeri

15-02-2010 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it

TERZA PARTE

Fu alle quindici di un pomeriggio nuvoloso e cupo che Camillo Ruggeri varcò a piedi la porta principale della città di Luno, alla ricerca di un indizio, un odore, un lontano barlume che potesse trarlo dal vicolo cieco nel quale si era ficcato. Trovatosi messo all'angolo, aveva miseramente bluffato. Nella partita a poker con Ferruccio Rossellani, il grande vecchio direttore della testata giornalistica...

 

... di cui fino a poche ore prima lui stesso era la punta di diamante, aveva stillato le proprie carte, cercando di non far intendere al vecchio volpone cosa tenesse veramente in mano. Quando, di fronte al barbone canuto di Rossellani, aveva dichiarato la propria onniscienza, Jena sapeva solo una cosa: il vecchio si sarebbe immediatamente messo in moto per non rimanere indietro. E quindi, in breve, avrebbe fatto mettere a soqquadro il suo oramai ex ufficio, sfrucugliato nelle viscere del suo ex computer - provvidenzialmente svuotato dallo stesso Jena, per la gioia delle orecchie della redazione intera, ritte sull'attenti nell'ascolto delle innumerevoli bestemmie che Rossellani avrebbe proferito apprendendo che il computer del traditore era vuoto come una vescica dopo la minzione. Ma Camillo non si faceva illusioni, ben sapendo che lo scherzetto li avrebbe solo rallentati: prima o poi sarebbero arrivati alle sue stesse conclusioni, seguendo le notizie reperibili nell'archivio. Tutto stava nel capire quanto a lungo sarebbe durato quel suo vantaggio, quanto avrebbe potuto continuare ad indagare senza far scoppiare la puzzola. Jena, adesso, passeggiava nelle strette viuzze del centro di Luno, pensieroso. In realtà, e questo frenava ogni scoop, la puzzola nelle sue mani era ancora incompleta. Certo ormai era chiaro, l'eredità di Brooks doveva trovarsi proprio lì, nelle fronde di un albero genealogico che aveva qualche ramo proprio in quelle terre, intorno a quella vecchia città. Ma dove cercare? E chi, esattamente? Questo era ancora ignoto. Camillo si sedette a un bar all'angolo di una piazza medioevale: i piccioni facevano la spola fra le grandi pietre della piazza e la cima del campanile della chiesa. Il bianco del marmo recentemente tirato a nuovo si stagliava contro il cielo reso cupo e grigio dalle basse nubi. Sembrava che dovesse piovere da un momento all'altro. Camillo trasse dal taschino della giacca il registratore portatile, lo avvicinò alle labbra e inziò a dipanare le proprie ipotesi investigative sul nastro. Più tardi le avrebbe riascoltate, in stanza d'albergo, come uno psicologo che ascolti il fiume di coscienza di un paziente alla ricerca di segni e indizi. Era una tecnica che seguiva da anni. Forse obsoleta, certo. Ma ognuno si affeziona alle proprie debolezze e le trascina con sè nel tempo, per farsi compagnia. Quel registratore lo aveva accompagnato per dieci anni, Camillo se ne sarebbe separato solo quando il progresso avrebbe tolto dal commercio le cassettine da sessanta minuti che lo rendevano ancora uno strumento utile o le classiche pile da 1,5 che lo tenevano acceso. Era un sentimentale, in fondo.

Qualche metro più indietro, nascosto nel buio di un vicolo adiacente, uno strano cappuccio di pelo dava bella mostra di sè sul cranio di un uomo con le orecchie tappate da due minuscole cuffie, collegate ad un registratore ambientale posizionato nella tasca di un voluminoso cappotto verde scuro. Sotto al cranio, a fatica si sarebbe potuto rilevare un sofisticato microfono ambientale, ed ancora più a fatica si sarebbero potuti riconoscere i lineamenti di Telemaco Bandini, ex bambino prodigio, ex studente modello, ex schiappa d'oro nel torneo scolastico di calcetto, ex tirocinante da macello, ex galoppino frustrato e frustato del grande Ruggeri, e ora improvvisamente ex ragazzo del caffè, insignito del ruolo di avventuriero e coprotagonista di una storia dalle imprevedibili concatenazioni. Telemaco, una piccola antenna direzionale stretta nella mano destra, come un rabdomante intercettava, raccoglieva, codificava, analizzava e infine archiviava, riferendo in quotidiana conversazione, a notte fonda, in linea diretta con le altissime sfere della redazione e nientepopodimeno che con il capo in persona, sugli spostamenti, coinvolgimenti e ripensamenti di quello che in codice veniva chiamato "il Soggetto".

Il Soggetto pareva perplesso, riferiva quella sera Bandini. Oggi aveva percorso tre volte lo stesso giro, quasi perso in pensieri che nella maggior parte dei casi venivano affidati alla riservatezza di un registratore vocale, anzi a due registratori vocali, se si voleva contare quello che lo stesso Telemaco nascondeva nelle sue tasche. Ebbene, dopo soli tre giorni di pedinamento, sembrava che "il Soggetto" fosse giunto a un punto morto. Rossellani, silenzioso all'altro capo della linea, durante queste conversazioni notturne lasciava parlare il suo uomo e poi chiudeva la conversazione, solitamente con un perentorio: continua così. A quel punto Telemaco si toglieva i calzini, si rimboccava le coperte e sognava la giornata seguente, ricca di azione e mistero.

Se solo si fosse potuto vedere attraverso il muro cui poggiava la testata del letto di Bandini, si sarebbe scoperta una camera gemella e speculare, in cui stava, solitaria, una giovane donna, bionda e piacente in modo esotico, a cavalcioni di un letto del tutto simile a quello di Telemaco, intenta ad infilarsi nel padiglione auricolare un'improbabile stetoscopio, la cui estremità auscultante era incollata alla parete medesima, nel mentre ella assumeva espressioni e posizioni degne del miglior manuale di sesso tantrico.

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