Capitolo cinquantasettesimo - Una voce fuori dal coro
18-01-2010 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it
Il primo giorno dell'anno non è diverso dagli altri. Si tende ad attribuirgli un valore che in realtà, con un minimo di razionalità, è sopravvalutato. Credetemi, me ne intendo di valuta. Nella gran parte dei casi il trentuno dicembre ed il successivo, grande inizio, non lasciano niente di inalterato. Si rimane quello che si era il giorno prima...
...inutile credere o sperare in qualche generico cambiamento. Che sia sociale, economico, di umore, cuore, pensiero: dall'oggi al domani tutto resterà immutato e le prime ore dell'anno scorreranno con una tale banalità che raramente, negli anni a venire, si potrà menzionare qualche primo gennaio degno di nota. A metterli in fila, appariranno tutti uguali, indistinti nella massa del doposbornia, uno dopo l'altro, mentre le rughe si aggiungeranno agli anni, in un sodalizio saldo, certo e indissolubile. Con il senno di poi, si potrebbe certo affermare che il primo giorno di ogni anno sia un giorno più degli altri macchiato da eventi luttuosi, e quindi da rifuggire quanto più si può. Ma, si sa, gli uomini, avendo accesso alla ragione, sono per natura le creature più irragionevoli, e continueranno a celebrare una data tra le mille, rivestendola di significati alieni, e proprio per questo rendendola estremamente pericolosa per l'incolumità generale. A onor del vero, e per la ben nota eccezione necessaria alla conferma della regola, io sono fra coloro che possono affermare di aver saldo nella memoria almeno uno dei molti insulsi inizi di gennaio cui ho preso parte.
Il primo giorno dell'anno millenovecentoquarantanove la incontrai in un ascensore dell'hotel Ritz, a Città del Messico, e subito compresi che sarebbe stata mia moglie. Fu come un dejavù; istantaneo, illogico e reale. L'ascensorista mi fissò negli occhi per qualche secondo, alla ricerca di un segno, poi - vedendo che non accennavo a spostarmi dalla soglia, inebetito e immobile - mi chiese se volevo salire. Fino a quell'istante lei non mi aveva ancora visto, guardava indolente i tasti dorati dei piani. Poi, richiamato dalla richiesta dell'ascensorista, il suo sguardo incontrò il mio. Era minuta, racchiusa dentro un vestito di seta nera, tenuto assieme da fini motivi dorati: una borsetta a tracolla e i capelli raccolti in un quello che credo si debba chiamare chignon. Con l'unghia dell'indice destro si martoriava la pelle intorno al pollice, nel mentre le sue grandi pupille proverbialmente da cerbiatto, che sotto i miei occhi le donavano per davvero un'aria spaurita e indifesa, mi fissavano dal basso verso l'alto. Anche lei, come ebbe a confessarmi in seguito, qualcosa aveva percepito: saremmo finiti insieme, legati indissolubilmente. Dopo tutto questo tempo, solo adesso che mi trovo nella spiacevole condizione di chi occupa l'interno di una bara, capisco ripensando a quell'incontro come alcune sensazioni vengano a noi con l'aura della purezza, della piena sincerità, a livelli tali da non ammettere alcun tipo di confutazione o di dubbio. Quelle emozioni sono una rarità nella vita, a chi non lo crede posso ora assicurarlo, sono la verità assoluta e nel nostro profondo ne siamo consapevoli: si tratta solo di riuscire a riconoscerlo e accettarlo. Quel segno parla al nostro animo attraverso il linguaggio dell'universo ed è tanto più forte quanto basse sono le nostre difese razionali. Adesso lo so, adesso posso affermarlo con certezza, dal luogo per certi versi privilegiato dove mi trovo. Come io abbia abbandonato questa valle di pianto e dolore è cosa ben nota, anche se sulla mia fine si sono fatte molte congetture e si son dette innumerevoli malignità. Non è affatto vero, ad esempio, e posso - per quanto valga a questo punto - giurarlo, non è vero che io mi sia volontariamente incamminato verso la fine, che io, insomma, mi sia tolto la vita. Certo l'amavo, anche la vita, anche nei miei anni più tardi, e pur senza di lei. Devo ammettere che corrisponde invece al vero la descirizione che si è data in tutti i giornali della signorina con cui mi accompaganavo la sera del mio addio a questo gran mondo. Gran bella figliola. In generale, come vale per tutti gli uomini pubblici, della mia vita si è teso a esagerare i toni, a scambiare il bianco col nero, a creare, invece di un mosaico, una indecifrabile nube grigia. Certo é vero che io sia diventato vergognosamente ricco, anche se, credetemi, i soldi non mi hanno reso di pari passo felice. E la cosa che più mi rattrista a riguardo, è di dover ricorrere a banali stereotipi per comprendere come sia potuto accadere, attingendo ai miei ricordi. Per questo posso dire che quel capo d'anno fu memorabile. Non sono mai stato così felice come quel primo gennaio in cui conobbi mia moglie, Emma. In ascensore mi permisi, con un atto di inusitata euforia che mi aveva sconvolto per alcuni minuti, di invitarla a cena al ristorante, senza neanche sapere se fosse in compagnia, chi fosse, o se davvero fosse lì per puro caso. Dopotutto, lei avrebbe dovuto sapere chi sono. Non esitò neanche un attimo ad accettare. Dopo pochi minuti ci ritrovammo, due estranei, seduti allo stesso tavolo. Subito ci accomunò un sentimento di non appartenenza a quei luoghi, e anche questo l'abbiamo saputo per certo solo in seguito: l'idea di essere due mosche bianche, stranieri per obbligo. I messicani, i miei compatrioti, mi avrebbero sempre chiamato l'inglese - nomignolo che neanche all'apice della mia carriera finanziaria sarei mai riuscito a sfuggire. Emma, quella che dalla posizione in cui mi trovo non esito a definire il mio unico vero amore, portava con sé un lignaggio meno nobile, frutto di una storia che conobbi fino in fondo solo dopo molti anni dal nostro matrimonio. Veniva da un piccolo paese, in Italia. Le montagne del centro di quella penisola disastrata, quelle che un giorno avrei voluto vedere. Aveva sedici anni quando un pretendente si era presentato in casa sua, chiedendo di sposarla. Suo fratello maggiore si era opposto, una lite, e il pretendente che sparava. Non ne ho mai saputo molto di più. Lei, tacciata nel piccolo paese di aver causato la morte del fratello, nessuno l'avrebbe mai più sposata. Costretta a fuggire, consigliata di emigrare per il Sud America, dove uno zio, anch'esso emigrante, l'avrebbe per lo meno accolta in una casa. Se m'ha raccontato il vero degli anni intercorsi tra quell'episodio e il nostro incontro, e non ho motivo di dubitarne, non rivide mai più la sua famiglia. I suoi fratelli, le sorelle. Mai volle tornare nei luoghi che erano per lei legati a un fardello così grande e pietoso, o farmeli conoscere. Ho rispettato ogni segreto, ho condiviso ogni cosa. Adesso, a vita conclusa vorrei, dire che niente ha più senso dell'atto di amare una persona. Dare liberamente amore a un essere consimile. Sposai Emma senza indugio, appena tre mesi dopo quel nostro primo incontro, rendendola per sempre la signora Brooks. Non abbiamo mai avuto figli, la mia linea di sangue con me si arresta. Questo può essere il solo rammarico di trentacinque anni di vita con lei, ma non vi fu colpa. Non indugerò oltre, in questo mio racconto, che del resto sono gli ultimi barlumi di una coscienza morente. Solo vi prego, ricordatemi come il giovane innamorato che fui quella notte di primo gennaio, e lasciate ai margini della mia figura qualsiasi altra cosa sia detta a proposito del magnate Edmondo Brooks.
FINE SECONDA PARTE
 
Commenti
Il contenuto dei commenti non costituisce notizia giornalistica
13-01-2010 / aficionado
... e finalmente conosciamo questo benedetto Brooks!
Era ora :)
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