Romanzo a puntate

giovedì, 2 settembre 2010

Capitolo cinquantaseiesimo - Summit suite II

27-12-2009 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it

Non appena il letto dell'ultimo dei convenuti, il matusa Barneri, fu adeguatamente parcheggiato nella sala d'aspetto con manovra esperta dal suo prezzolato chauffer Giacomo, un'aria massonica e segreta si impadronì della stanza.Tutti presero a parlarsi a bassa voce.... 

 

...confabulando come se ogni parola fosse coperta dal segreto di stato, cosa che complicò non poco la comunicazione, stante il fatto che l'udito di Franco Donadei non godeva affatto di buona salute. Sulle prime divenne tutto un fraintendere, un ripetere, un accavallarsi di significati, tanto che in cuor loro alcuni credettero che la riunione fosse destinata a fallire in breve. Poi il Saviozzi, nominato Presidente dell'assemblea, ebbe un'idea semplice e per molti versi geniale. Si sarebbe proceduto per alzata di mano, il Presidente avrebbe gestito gli interventi e Giacomo, l'infermiere chauffer al seguito del Barneri, avrebbe provveduto a sintetizzare il succo degli interventi alle orecchie del Donadei. La mozione del Saviozzi fu approvata all'unanimità e, finalmente, a mezzanotte meno diciannove, si poté procedere con le questioni previste nell'ordine del giorno fatto recapitare clandestinamente nei reparti poche ore prima, a firma "Indiano". Oltre a prescrivere il luogo e l'ora dell'incontro, il documento, scritto a mano, fotocopiato e fatto circolare grazie all'intervento di ignoti infermieri all'interno dei reparti, convinti probabilmente dalla sapiente eloquenza di Tranquillo Barneri, trattava un solo punto fondamentale: nel pomeriggio tutti avevano ricevuto la visita di quella coppia bislacca e da macchietta, il Maresciallo e l'Appuntato. Si sarebbe innanzitutto discusso delle domande poste da questi ai convenuti, e sul corpo del reato mostrato. Tutti, ma proprio tutti, avevano riconosciuto la mano di Livia Zellini, moglie di Marzadro.

Come a un segnale convenuto, al palesarsi del nome di costui, nella stanza chi era in grado si alzò in piedi di scatto, o quasi: i rimanenti comunque diedero un segno, impettendosi, e un minuto di silenzio fu osservato automaticamente in memoria del vecchio grande compagno. Poi si tornò immediatamente all'oggetto della riunione: l'arto e la sua padrona, che si dava oramai per certa. Quelli che non avevano riconosciuto immediatamente una mano che avevano strinto tante volte in vita loro, su cui avevano visto comparire le rughe e poi i segni dell'artrite, avevano fugato ogni dubbio alla vista degli anelli che Livia portava all'indice, al medio e al pollice. Dato che l'accordo sull'appartenenza della mano fu raggiunto in brevissimo tempo e quasi senza alcuna discussione, si trattava fondamentalmente di capire come quel pezzo di donna, fuor di metafora, fosse giunto quel pomeriggio nelle loro stanze d'ospedale.

Dalla tipologia delle domande rivolte, che parvero con buona sostanza ricalcare un certo clichè, sembrava chiaro - disse il Falaschi - che le forze dell'ordine indagavano su un sospetto omicidio: sarebbe stato opportuno vagliare questa ipotesi e capire se i Carabinieri avessero altri indizi che non avevano svelato, se ci fosse, ad esempio, una lista di sospettati. Se essi stessi, fuor da ogni grazia, dovevano considerarsi tali. Quando l'infermiere chauffer ebbe ripetuto per ben due volte la parola omicidio alle orecchie del Dona, e fu ben chiaro che tutti avevano compreso il contenuto delle parole del Falaschi, un silenzio mesto calò fra i presenti, insieme alla memoria di Livia, e invase letteralmente lo spazio. Per qualche attimo parve che un fantasma aleggiasse in quella stanza, prendendo le sembianze di ognuno dei ricordi che affollavano le menti di quei vecchi. Ma chi, volle dire Marino, intervenendo con voce rotta dalla commozione, chi poteva aver commesso quell'azione aberrante, sempre che veramente si fosse trattato di un atto volontario? E chi non garantiva che invece Livia si trovasse altrove, certo priva di una parte del corpo, ma comunque viva e vegeta? Toccò a Gianni Terenzi, detto il Gragnuola, far notare come una mano segata di netto implichi solo due casi: un incidente difficile da occultare, ché la donna sarebbe transitata presto o tardi per quelle stesse sale, o una certa dose di volontarietà. A quest'inaspettato quanto perspicace intervento seguì un altro silenzio, ancor più denso di malinconia ora che anche le ultime speranze parevano spezzate dalla logica. Qualche lacrima muta prese a rigare le guancie del Donadei.

Fu quindi Giacomo, lo chauffer infermiere, a mutare la deriva blues verso cui si stava avviando la riunione, con una semplice quanto decisiva domanda. Ma la morta, o l'ipotetica tale, non aveva legami parentali? Insomma, qualcuno che si sarebbe potuto avvertire o sentire in proposito? Fu allora che - preso in esame l'albero genealogico della famiglia e constatato come, agli atti, i papabili risultassero tutti deceduti - Tranquillo Barneri tirò fuori, come un coniglio dal cilindro della memoria, il nome di Emma, sorella maggiore di Livia. Dato che molti ne ignoravano l'esistenza, e che altri l'avevano cancellata dalle loro menti da tempo immemore, toccò ancora una volta al vecchio con chauffer raccontare la sua incredibile storia e rinfrescare le menti di quegli "ottusi compari", come concluse lo stesso Barneri. Quando, appunto dopo circa quindici minuti, ebbe finito, intorno al suo letto il vecchio matusa aveva sei uomini assorti, che scorgeva a fatica nel buio della stanza. Il generatore d'emergenza dell'ospedale era ancora in moto, ma la luce della sala si era notevolmente affievolita. Il Gragnuola si avvicinò alla finestra cigolando sulle stampelle, poi si affacciò. Fuori dall'ospedale e su tutta la città regnava un buio silenzioso e carico di presagi: non una luce illuminava le strade o le case. Un colpo di vento gli passò fra i capelli, il Gragnuola inspirò l'odore della notte e poi disse: "Emma."

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