"Il futuro della libertà" nel nuovo libro di Gianfranco Fini
10-11-2009 / Libri / Giandomenico Piegari
ROMA - Europa, orizzonti globali e sovranazionali, abbattimento delle barriere geografiche e culturali, politica laica, esportazione degli ideali democratici. In poche parole: realizzazione di un mondo nuovo.
Sono solo alcune delle parole chiave del nuovo libro di Gianfranco Fini, “Il futuro della libertà”, che si presenta come lettera aperta nella quale l’autore, a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino (non a caso la presentazione ufficiale dell'opera si svolge oggi, 10 novembre), si rivolge ai nati nell’89 con la proposta di un “patto generazionale” basato sull’impegno a costruire un domani di benessere e libertà condivisi.
“Se il sogno dei vostri nonni, usciti da una devastante guerra mondiale, fu la costruzione della democrazia e del benessere, se i vostri padri, pur tra tante contraddizioni e non senza eccessi, desiderarono il rinnovamento sociale e la giustizia, ritengo che il vostro sogno potrà essere quello della libertà: la libertà del XXI secolo, la libertà nuova, senza frontiere e senza barriere, la libertà di costruire in autonomia la vostra vita”.
Centosessantasei pagine che vanno via veloci, certamente indirizzate a una generazione strategica, quella del futuro (“Generazione F”), ma con l’auspicio che a leggerle saranno anche i genitori, i fratelli e i nonni, perché “il domani non appartiene soltanto ai giovani, ma a tutta la società, a tutte le generazioni”.
Dove sta andando Gianfranco Fini?
Le vicende politiche e alcune recenti affermazioni dell’ex Presidente di Alleanza Nazionale hanno destato la curiosità e forse anche la perplessità di molti italiani, che si sono trovati spiazzati di fronte a un uomo che, dopo esser stato definito per anni come "delfino di Almirante", appare come sfuggito a quelle ben individuabili logiche partitiche che ne avevano contraddistinto l’attività fino a non molto tempo fa.
In questa lettera aperta indirizzata ai nati nell’89, anno del crollo del Muro di Berlino, il Presidente della Camera rivela la sua visione del futuro e indica ciò che per lui sarebbe assolutamente auspicabile per l’Italia e per l’Europa.
E’ proprio l’Europa infatti ad essere al centro della riflessione, poiché non ci sarà futuro possibile se non nell’abbattimento delle frontiere e nella creazione di un'Europa forte, anche militarmente, laica e libera.
Questa libertà, dice il Presidente, presuppone un certo rischio e i giovani italiani, se veramente hanno il desiderio di migliorare la propria vita e quella degli altri, dovranno essere pronti ad affrontare un certo grado di incertezza ad esempio sul lavoro, che sarà più flessibile, o sulla previdenza, che dovrà essere integrata con fondi privati, attendendosi dallo stato, come contropartita, un grande impegno sull'istruzione, sulle infrastrutture, sulla lotta alla criminalità.
E poi il grande tema dell’immigrazione. L’Italia che ci si augura è un Paese aperto, dove gli immigrati avranno un ruolo sempre più importante e dove non ci sarà né una assimilazione, con conseguente perdita della cultura dell’immigrato, né la creazione di tante piccole “Londonistan”, ovvero di tanti piccoli o grandi ghetti che fanno storia a sé rispetto al resto del tessuto sociale.
A questo nuovo tipo di società, o addirittura a questo “nuovo mondo” ideale, si opporrebbe una società della paura, formata da uomini un po’ retrogradi che rimpiangono il tempo che fu e che mirano solo a mantenere quello che hanno, sospettosi verso ogni innovazione e cambiamento.
Pur avendo apprezzato l’interessante disamina delle vicende del Ventesimo secolo, nonché il lodevole sforzo volto al superamento delle contrapposizioni ideologiche, appare un po' troppo globalizzato (e globalizzatore) il Gianfranco Fini scrittore di questa lettera per “il futuro della libertà”. Il Presidente della Camera infatti, non solo non chiarisce dove sta andando né perché ci sta andando, ma anche insinua nuovi dubbi e nuove domande.
Colpiscono, tra le altre cose, la definizione di “nazione” come “progetto che è sempre e non è mai”, sottintendendo che come oggi la nostra nazione si chiama Italia, un giorno potrebbe chiamarsi Europa; la volontà di esportazione della democrazia, che a qualcuno potrebbe sembrare concetto tutt’altro che scontato; le citazioni di Giovanni Paolo II, un po' tirato per la tonaca – se il Pontefice dice “aprite a Cristo i confini degli stati”, l’autore sottolinea solo “aprite i confini degli stati”, perdendo il senso della citazione.
Piacerebbe poi sapere - al di là di alcuni slogan a dire il vero un po' facili - cosa significhi precisamente "né assimilazione né Londonistan", parendo la sola alternativa la creazione di una società ibrida, stile americano, che non solo rischia di perdere la cultura di chi è immigrato, ma quella di chi l’immigrato lo accoglie.
Gianfranco Fini
“Il futuro della libertà”
Rizzoli Editore
Pag. 166 – 16 euro
Commenti
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06-12-2009 / Vincenzo
ecco cosa vuole dire Fini: la cultura occidentale è talmente forte a livello intellettuale che non dobbiamo temere il confronto con le altre culture; la cultura occidentale impone diverse ed infinite soluzioni per ogni singolo dibattito, per ogni singolo problema...vedi la filosofia greca che per ogni argomento ha dato mille risoluzioni; per le altre culture non occidentali, esiste solo un unico punto di riferimento veritiero(vedi il Corano per i mussulmani, unica fonte di verità, non ce ne sono altre per loro); se un cittadino europeo non approfondirà : Platone, Aristotele,Dante, Petrarca, Beethoven, sarà destinato a soccombere intellettualmente a scapito di quelle etnie che invece conoscono a fondo i loro punti di riferimento culturali: come puoi competere intellettualemnte, con un mussulmano se lui conosce a memoria il Corano e noi occidentali non conocsciamo la nostra cultura di riferimento? troviamo il coraggio di dire al mussulmano che noni non siamo daccordo con le sue idee, anche se le rispettiamo ora e per sempre...non viviamo solo come occidentali ma incominciamo a pensare come dei veri occidentali figli di una cultura in grado di coinvolgere chiunque e in qualsiasi moneto per la sua libertà di pensiero: cosa c'è di più libero e coraggioso di Beethoven o di Foscolo?
07-03-2010 / Vito
''una società ibrida, stile americano, che non solo rischia di perdere la cultura di chi è immigrato, ma quella di chi limmigrato lo accoglie''
Mi permetto di soffermarmi sulla superficiale frase finale della recensione (che fino quel punto era ricca di stimolanti riflessioni: al punto da farsi leggere fino al termine).
La ricchezza degli Stati Uniti (ricchezza intesa non solo nel senso materiale) deriva proprio dalla base dei valori comuni fra le varie culture ed etnie che, nell'ultimo secolo, si sono integrate nella grande melting pot americana. Tutto questo senza ''perdere la cultura di chi è immigrato''. Anzi: proprio il contrario.
È un processo che si chiama integrazione. Basti pensare all'ebreo Albert Einstein che trova rifugio nelle università americane o all'afroamericano Louis Armstrong che da una famiglia di schiavi diventa il padre del jazz. Ed anche la storia di Barack Obama, padre keniano, è una grande metafora di integrazione.
Ma lasciando stare i personaggi noti, negli Stati Uniti un vero modello di integrazione (che significa anche arricchimento reciproco) sono gli italiani che conservano (e preservano) la loro lingua e le loro tradizioni.
Questi italiani, e sono milioni, vivono negli Usa da decenni, ma oltre all'inglese parlano ogni giorno la lingua di Dante e - perché no? - anche i loro dialetti. Una scelta indipendente e consapevole in una grande e libera società interculturale.
Una società certamente non priva di problematiche. Ma sicuramente non ibrida. Come ibrido non sarà - almeno spero - il ''futuro della libertà'' nelle Americhe, in Europa e nel resto del mondo.
08-03-2010 / giorgio
Sicuramente un libro di cui possiamo fare tranquillamente a meno....
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