Capitolo quarantatreesimo - Grand Hotel
30-06-2009 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it
Nei capitoli precedenti: Un uomo, Enea Pretori, giace esanime in casa sua dopo una tremenda caduta. I rapporti con il vicino Salvo De Santis non sono ottimi, quelli con l'amico di lui, il teologo Ugo Calmeri, sono inesistenti. Eppure proprio questi, nel tentativo di soccorere Enea, scoprono che è una loro vecchia conoscenza, a cui molti anni prima hanno combinato un pesante scherzo. Mentre Enea rinviene e comincia a guardarsi attorno, il pianeta affronta una crisi finanziaria causata dalla morte improvvisa del noto magnate Edmondo Brooks, e un giornalista di razza - Camillo "Jena" Ruggeri - si mette alla ricerca di uno scoop, scatenando l'intero mondo dei media e un gruppo di curiosi anziani.
Girava in tondo da un milione e novecentoventidue passi. Ventitré, pensò Manrico fermandosi. Alzò lo sguardo, imbattendosi nel basso e grigio soffitto della cella. Adesso era tutto chiaro.
Intanto, qualche chilometro più distante, Salvo de Santis, già stretto in calosce da pescatore, si era infilato anche un paio di guanti in gomma. Ugo, perentorio come ai vecchi tempi...
...aveva sentenziato: dobbiamo inziare la nostra opera. Il suo tono non ammetteva repliche. A Salvo piaceva così, gli dava sicurezza. Forse era proprio questa la grande mancanza. La solitudine, se la sai mangiare, è un piatto tutto sommato gustoso. Dietro l'amaro dei primi bocconi si scoprono sapori invitanti e persistenti, profumi che raccontano da soli storie e caratteri reconditi: la solitudine è come un buon vino, la devi meditare e conoscere, e come un vino la sua struttura muta col trascorrere degli anni. La melodia del silenzio parla attraverso le corde più vere, e l'orecchio, assueffatto alle grandi fanfare, pian piano acquista nuovamente la sua antica elasticità, percependo la nota perfetta del nulla.
Pur condividendo a livello teorico gli assiomi di cui sopra, con suo grande rammarico, Salvo non riusciva a stare solo con sé stesso per più di tre minuti. Un senso vago di abbandono lo assaliva invariabilmente allo scoccare del quarto minuto, seguito al quinto da un incontrollabile bisogno di comunicare. Solitamente la vittima designata di questa urgenza era Carolina, che non sembrava apprezzare particolarmente le confidenze del suo padrone. Al settimo minuto, infatti, già sbuffava e guaiva e mordeva cuscini. Dopo poco, allora, Salvo accendeva la televisione, e per riempire l'angoscia di un tempo vuoto si metteva a osservare immagini distanti. Aveva provato a parlare con Ugo di questi suoi stati d'animo. Quello si era acceso d'improvviso e aveva citato il filosofo greco, Ororvacui e l'amico suo, Cristotele. Non che Ugo avesse capito un granché, ma quando Ugo parlava era un piacere starlo a sentire, che ti riempiva ogni senso di bolla d'aria. A bocca aperta, Salvo ascoltava la musica in quelle parole e si lasciava trasportare dal grande progetto elaborato dal suo amico.
Elaborare una strategia, questo bisognava, che d'un sol botto riempisse la vita travagliata di Salvo e passasse attraverso una mondatura di corpo e ambiente: servire e pentirsi, pulire e riempirsi, queste la parole d'ordine, che volevano dire qualcosa di sicuro. In sostanza, si sarebbe trattato di rendere la vita del vicino il vecchio Puzzacchia, come dire, semplificata: cucinando, lavando ed espletando tutte le funzioni - tranne quelle fisiologiche, specificò Ugo - utili al maggior comfort del ritrovato bimbo psichedelico.
Salvo, infilandosi il secondo guanto di gomma rimuginò incerto sulle parole dell'amico, e nonostante qualcosa ancora non lo convincesse o paresse sfuggirgli, si avviò verso l'appartamento attiguo.
Manrico Cianti rimugina. Il sacco, maledizione. Come ci è finita, la mano? Forse un complotto della polizia per ingannarlo: i liberi pensatori, nel mondo non hanno spazio. È sempre stato così. Eppure l'unico che può aver riempito quel sacco è il figliolo o nipote menomato della signora, quel soggetto autistico.
Ma è mai possibile? Come ha fatto quel cerebroleso, si chiede il Cianti, a infilare la mano di una morta nel sacchetto? E perché mai, poi? E la mano sarà della vecchia? Per la barba di Marley! Manrico inizia a urlare nel silenzio del braccio carcerario, vuole parlare con qualcuno - tutti i detenuti presto o tardi fanno di queste scenate -, ha capito tutto. Le sue urla richiamano l'attenzione di tre secondini, due dei quali senza pensarci sù lo riempiono di mazzate, mentre il terzo controlla che non arrivi nessuno.
Ecco cosa non capiva. Mentre scendeva le scale con l'ultimo pesante sacco nero sulle spalle, Salvo intuì finalmente qual era la domanda che non riusciva a focalizzare: come mai, da quasi quarant'anni, i lavori pesanti toccavano sempre a lui, e l'altro lì a fumarsi una sigaretta? Il ventisettesimo sacco di mondezza fu scaricato nel cassonetto. Alcuni di quei sacchetti erano particolarmente pesanti, e Ugo non si era mai offerto di caricarne neanche uno. Non era stata una bella azione. Si era messo lì, accanto al ritrovato Enea Pretori, cercando di convincerlo che loro due - Salvo - avrebbero ripulito tutto il suo appartamento. Per il tuo bene, aveva detto Ugo ottenendo in cambio alcuni vacui sorrisi. E intanto Salvo si caricava il fardello sulle spalle, lo trasportava giù per le scale, ne disponeva come raccomandato da Ugo. Molti di quei sacchi sgocciolavano liquami maleodoranti. Salvo guardò il cielo e pensò: Mannaggia, meno male che ci siamo messi le calosce.
 
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