Romanzo a puntate

lunedì, 6 settembre 2010

Capitolo quarantaduesimo - Persecuzioni

15-06-2009 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it

Nei capitoli precedenti: Un uomo, Enea Pretori, giace esanime in casa sua dopo una tremenda caduta. I rapporti con il vicino Salvo De Santis non sono ottimi, quelli con l'amico di lui, il teologo Ugo Calmeri, sono inesistenti. Eppure proprio questi, nel tentativo di soccorere Enea, scoprono che è una loro vecchia conoscenza, a cui molti anni prima hanno combinato un pesante scherzo. Mentre Enea rinviene e comincia a guardarsi attorno, il pianeta affronta una crisi finanziaria causata dalla morte improvvisa del noto magnate Edmondo Brooks, e un giornalista di razza - Camillo "Jena" Ruggeri - si mette alla ricerca di uno scoop, scatenando l'intero mondo dei media e un gruppo di curiosi anziani.

Gianni Terenzi leggeva il giornale e tronfiava. Nonostante l'immobilismo imposto dal gesso all'anca - una piccola cosa, aveva detto il dottore, se la caverà con meno di una settimana di riposo assoluto - avrebbe voluto saltare in quella stanza, tanti erano i nervi. Tutto si muoveva nella direzione nota... 

 

...e ogni nuova notizia non faceva che radicare ancora più in profondità le sue convinzioni. Brooks si era suicidato, il mondo economico era senza guida e l'instabilità dovuta a questo era se possibile ancora più profonda, dato che nessuno aveva la benché minima idea di chi sarebbe mai stato l'erede del colosso messo in piedi dal maganate Messicano. Questo causava inconsulte reazioni a catena in tutto il mondo: il clima di paura generava caos, il caos generava ancora più paura e così via, in una spirale continua di cui nessuno riusciva a prevedere la fine. L'idea, inoltre, di trovarsi a perdere tempo nell'asetticità di un ospedale, anziché occupare il proprio tempo giù in strada - a fare cosa, in fondo non lo sapeva neanche lui, forse a urlare al mondo quello che tutti avrebbero dovuto sapere: che la fine era vicina, ma non vicina come generalmente si tende a immaginare una fine qualsiasi, ma proprio vicina vicina, più similmente a come si tende a posizionare la colazione del giorno dopo - ecco, questo senso del tempo che scorreva e fluiva via dalle mani senza nessuna possibilità di fare ciò che andava fatto, era quanto più lo urtava. E più se ne rendeva conto, più avrebbe voluto staccarsi il pezzo d'anca che lo relegava in quell'odiato letto di ospedale. Maledetto Barneri, quel vecchio vegliardo lo aveva perseguitato per tutta la vita, sin dalla nascita, e ora era il motivo principale per cui si trovava in quella condizione. Stizzito, Gianni scagliò il giornale verso la porta, accompagnandolo con un'oscenità che fece prima voltare e poi scuotere amaramente il capo all'infermiere che stava ritirando i pappagalli dei degenti.
Per una strabiliante concatenazione di eventi, proprio nel preciso istante in cui il quotidiano volava verso la porta, quella si spalancò, lasciando intravedere la sagoma del Maresciallo Cibari, seguita dal quella del suo fedele mastino Sauro Calafuria.
Bisogna ricordare, a onor di cronaca, che quella mattina il mastino Calafuria era tornato dal suo superiore mostrandosi colmo di autocompiacimento per il lavoro svolto. Il cartello sanguinolento rinvenuto alla saracinesca del circolo l'Indiano era stato sottoposto ad attente analisi da quelli della scientifica, e sul reperto indiziario erano state rinvenute non una ma tre nitide impronte, che corrispondevano anche alle analisi ematologiche realizzate. Ergo, riferì con il suo migliore sorriso Sauro Calafuria, il sangue apparteneva all'impronta e viceversa l'impronta al sangue e tutti e due - a loro volta - appartenevano a tale Terenzi Gianni, schedato per precedenti minori. Calafuria si era sentito poderosissimo nello sfoderare quel complicato intrigo al Maresciallo, la gioia gli aveva pervaso ogni fibra, ma tutto era appassito in un attimo, quando il Maresciallo Cibari aveva detto: "Bene, Calafuria, bene. Hai fatto il tuo dovere. Ora sai dirmi per caso dove si trova l'indiziato, questo... Terenzi?".

Ovviamente era stata una domanda retorica. Concepita per metterlo in difficoltà. Fu costretto ad ammettere che no, non lo sapeva. Gli toccò sorbirsi lo sguardo di sufficienza con cui il Maresciallo lo aveva squadrato, prima di spiegargli, come fosse un bimbo delle elementari, che se avesse letto per bene il cartello ci avrebbe trovato scritto che il locale stava chiuso per rissa, che quindi il motivo di quel sangue era con buone probabilità dovuto alla succitata scazzottata, e che quindi uno dei primi luoghi che avrebbe dovuto controllare erano i ricoveri ospedalieri nelle utlime quarantotto ore, nell'arco di dieci chilometri. O così gli era parso di capire.

Mesto e diligente, Calafuria si era scartabellato tutti i ricoveri delle ultime quarantotto ore, arrivando a localizzare la posizione esatta del Terenzi manco fosse un rabdomante. E ora era lì, con il capo, pronto a interrogare l'indiziato. Cibari lo guardò con il consueto sguardo di sufficianza e disse, poco prima di aprire: "Calafuria, perfavore, fai parlare me e basta".
Quando il Maresciallo si prese in pieno viso il giornale cacciando a sua volta un'oscenità, all'appuntato Calafuria un poco venne da sorridere, e da pensare che il buon Dio ogni tanto, se Dio vuole, riequilibra le cose a modo suo.
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