Capitolo quarantunesimo - Il migliore dei mondi possibili
07-06-2009 / Un'imprevedibile concatenazione di eventi / Ciumeo.it
Nei capitoli precedenti: Un uomo, Enea Pretori, giace esanime in casa sua dopo una tremenda caduta. I rapporti con il vicino Salvo De Santis non sono ottimi, quelli con l'amico di lui, il teologo Ugo Calmeri, sono inesistenti. Eppure proprio questi, nel tentativo di soccorere Enea, scoprono che è una loro vecchia conoscenza, a cui molti anni prima hanno combinato un pesante scherzo. Mentre Enea rinviene e comincia a guardarsi attorno, il pianeta affronta una crisi finanziaria causata dalla morte improvvisa del noto magnate Edmondo Brooks, e un giornalista di razza - Camillo "Jena" Ruggeri - si mette alla ricerca di uno scoop, scatenando l'intero mondo dei media e un gruppo di curiosi anziani.Il telefono squillava da troppo tempo, avrebbe voluto fracassarlo contro il muro, ma questa azione avrebbe presupposto l'essere vigili, a occhi aperti e con un po' di energia da spendere, e Camillo Ruggeri era privo di una qualsiasi di queste caratteristiche. Non sapeva da quanto tempo stesse dormendo, ma a fatica riusciva a slacciarsi dalle braccia suadenti di Morfeo; ogni volta che quel maledetto aggeggio squillava...
...Camillo compiva un piccolo passo verso l'apertura degli occhi. La sera prima doveva essere crollato intorno al sedicesimo Martini. O forse al ventesimo. Il Canadese aveva mollato molto prima, e quel satanasso d'un argentino lo aveva tenuto in piedi a suon di aneddoti camerateschi e alcool fino alle quattro di notte.
Dopo che avevano finalmente definito una plausibile teoria sullo strano retroscena della morte di Brooks, e sulle dirompenti conseguenze, avevano iniziato a bere e a ridere come forsennati. Il mistero era risolto, e ci sarebbe stato da scrivere un articolo congiunto sulle tre rispettive testate. L'argentino aveva sancito il patto stappando una bottiglia di rum, e brindando al migliore dei mondi, quello dove tre uomini da parti opposte del globo riuniscono le forze e superano le differenze. E giù,a bere.
Adesso, rimbombante nelle tempie, ancora quel maledetto telefono.
Camillo compì l'immenso sforzo di sollevare una palpebra. Niente da fare, incollata. Decise quindi di mettersi a sedere. Non era su un letto. Si era addormentato sul divano. Cristo. Neanche quando aveva vent'anni e la gamba funzionante aveva mai passato una notte addormentato ubriaco su un divano. Proprio vero, la vita è piena di sorprese. Ah, avessero inventato il silenziatore vocale, nei cellulari. Un aggeggio che quando vuoi che l'ordigno smetta di trapanarti il cervello con il suo drin, basta che urli "zitto, cazzo". Andrebbe a ruba.
E invece Camillo era lì, seduto sul divano a occhi chiusi, a tentare di tapparsi le orecchie con una mano e a brancolare con l'altra. Satanasso d'un argentino. Quanto rum si era scolato? Chissà dove era finito a dormire. Forse sotto al tavolo, o forse aveva avuto la buona creanza di andarsi a trovare un letto. Camillo non era stato il migliore dei padroni di casa, questo andava ammesso. Del resto quei due erano arrivati senza preavviso. Bah, gli avrebbe offerto una cena riparatrice.
Pieno di questi pensieri, il cervello di Camillo stava riprendendo a carburare, quando un nome gli comparve davanti misteriosamente ammantato di neon lampeggianti: Edmondo.
All'improvviso gli occhi di Jena si aprirono, allarmati. Le ventidue e zero sette. Si trovava nel suo appartamento, le tracce dei bagordi della sera prima erano ben evidenti nel salotto, il televisore - onnipresente - acceso sul canale delle news dava la consueta variazione sul tema "disastri e rivolte su scala planetaria", erano le dieci di sera, doveva aver dormito più di quattordici ore, e Joaquim Alvarez e Gilbert Clermont non erano nella stanza. Il telefono squillava insistente, e Camillo comprese istintivamente che avrebbe fatto volentieri a meno del genere di notizia che di lì a pochi istanti avrebbe ricevuto. Prese il cellulare.
- Pronto?
- Dottore, finalmente. Ma lo sa che ore sono?
Nessun cretino al mondo avrebbe mai potuto esordire con una battuta tanto infelice: essere l'uomo sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato con le parole sbagliate era una prerogativa di pochi. In questo, certo, Telemaco Bandini poteva ritenersi unico. Bisongava dirglielo.
Idiota. Cosa te ne frega di sapere se io so che ore sono. Dimmi che cazzo mi hai chiamato a fare e chiudi quella ciabatta del cazzo prima che venga lì a ficcarti in gola la tua cravatta a coste rosa, questo bisognava dirgli. Invece Camillo si era già posto sulle difensive, cercando di incassare il più possibile le spalle, in previsione del colpo allo stomaco che avrebbe ricevuto.
- Sono le ventidue e zero otto, Bandini. Posseggo un orologio e quindi so che ore sono.
- E' dalle diciotto e dieci sette, dottore, che qui la cercano. In maniera forsennata, direi.
- Bandini, avresti il tatto di farmi sapere come mai, di grazia?
- Perchè alle diciotto e zero zero sul sito del quotidiano La Naciòn...
- Quello spagnolo?
- No, dottore. Quello argentino.
- Va bene, Bandini. Ho capito. Grazie. Dica al direttore che domani mattina alle sette sarò in ufficio.
Proferite queste ultime parole Jena attaccò senza attendere alcuna replica. Non avrebbe mai dato all'insulso Bandini la gioia di potergli comunicare quella notizia disastrosa. Si girò lentamente verso la televisione e lo vide. Il faccione di Joaquim Alvarez lo sfotteva in mondovisione, annunciando al globo la malattia terminale di Brooks, causa del suo oramai accreditato suicidio, e - sopratutto - della immensa concentrazione di denaro e potere che adesso, passava nelle mani degli eredi diretti di Brooks, quali che fossero.
 
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