“Un paese donde si emigra”. Una “meditazione” pascoliana da riscoprire

LUCCA, 8 settembre- C’è ancora tempo sino all’8 settembre per visitare presso la foresteria di Casa Pascoli la mostra “Un paese donde si emigra. Omaggio all’Argentina”, inaugurata il 10 agosto durante la serata di lettura dei testi pascoliani da parte di Sergio Rubini. Con l’occasione vi proponiamo un importante testo del professor Umberto Sereni collaboratore della nostra rubrica “Destra&Sinistra” che proprio dalle nostre colonne, pochi giorni fa, ha paragonato il suo amico John Bellany, grande pittore scomparso il 28 agosto, a Pascoli. Sereni è tra i più noti e apprezzati studiosi del Poeta del Fanciullo nel testo che segue ci racconta la nascita di un testo poco noto realizzato per un quotidiano argentino. Il testo è stato pubblicato nel volume “Giovanni Pascoli nella Valle del Bello e del Buono” edito da Maria Pacini Fazzi che ringraziamo per averci concesso di pubblicare il testo.

I primi giorni dell’estate del 1908 Pascoli li passò a Bologna. Una permanenza assai spiacevole: ai prolungati postumi dell’operazione chirurgica che aveva subito si univa il pesante disagio provocato dal caldo. Di questa sua condizione il poeta dava notizie ad Augusto Guido Bianchi, il suo “collegamento” con il Corriere della Sera: “Caro Agì, sono ancora malato, e dalla malattia trattenuto a Bologna, lontano dalla mia dolce eremitica dimora, dove sono aspettato, dove potrò avere un po’ d’acqua e d’aria fresca e pura e rimettermi di quest’anno di grandi fatiche e di grandi angosce”.

Ma non era soltanto il clima a rendere incandescenti quei giorni del giugno 1908. Da settimane le campagne della Valle Padana erano investite da una dura guerra sociale. L’epicentro dell’agitazione era la provincia di Parma, dove dal maggio i lavoratori della terra stavano in sciopero fronteggiati dalla potente Associazione Agraria. La Padania, allora un’immensa plaga di contadini, sembrava una polveriera pronta ad esplodere. A Parma per piegare i dimostranti che avevano alzato le barricate doveva intervenire la truppa.

Per il poeta quanto stava accadendo non prometteva nulla di buono: meglio, molto meglio l’“ordine vecchio”, le codificate gerarchie della terra e della proprietà, all’“ordine nuovo” che intendevano imporre i lavoratori in lotta.

Era insieme preoccupato e sdegnato. Le sue reazioni le affidò ad un breve testo vergato sulla busta che accompagnava l’invito a partecipare ad una riunione accademica: “Lo sciopero è una grande arma, ma somiglia troppo all’ozio, e lo scioperante ha troppo l’aria dello scioperato. Badiamo che l’umanità non esca dalla lotta, comunque questa si risolva, menomata, avvilita, viziata, abbrutita! Badiamo! Il socialismo deve badare alla moralità dei mezzi! Non deve fare come i peggiori dei borghesi e dei clericali, non deve attendere soltanto alla giustizia del fine”.

Poi, finalmente, il poeta lasciò Bologna e raggiunse la casa del colle dei Caproni a Castelvecchio. Qui trovò il sollievo che cercava. Ne trassero beneficio il corpo e lo spirito.

Ed appena arrivato poté riprendere e terminare in pochi giorni un lavoro che lo occupava da tempo: un articolo per il giornale La Prensa di Buenos Aires. Un lavoro impegnativo con il quale iniziava la collaborazione all’importante quotidiano argentino. Si intitolava “Meditazioni d’un Solitario italiano. Un paese donde si emigra”.

Trascurato, quando non ignorato dagli studiosi quel testo merita invece una grande attenzione. Sicuramente l’articolo che Pascoli inviava in Argentina può correttamente essere letto come il suo “manifesto” politico-ideologico.

Come il condensato delle sue aspirazioni di rimodellamento sociale. Non per niente, vedeva la luce in quella infuocata estate del 1908 degli scioperi e delle rivolte. Quando il poeta più forte sentiva l’esigenza di contrapporre alle immagini dell’Italia in preda alle convulsioni, immagini che certamente erano arrivate anche in Argentina, la descrizione di un’“altra Italia“, che viveva riconciliata nel lavoro. Ai lettori della Prensa parlava della virgiliana “umile Italia” che lui aveva trovato nella valle aperta dal Serchio. Non esplicitato, ma ben compreso nella esaltazione della pace della “sua” valle, il contrasto fra i due modelli societari percorre tutto l’articolo che, proprio perché sconosciuto ai più, merita di essere ripubblicato integralmente: “Son tornato qui per prender cuore a passar l’oceano e venire nel nuovo Mondo. Qui sono tanti americani (…). Qui conviene avvezzar prima le orecchie al rombo di quella vita tumultuante, per non esser poi assordati e avviliti.

Ma che rombo? Io non odo che un incessante squittio di rondini, un muglio a ora a ora di vacca, una battuta di fringuello e il primo canto di qualche galletto. Silenzio perfetto. Io sono nel mezzo di quest’America in compendio, e posso dal mio romitaggio vedere e udir tutto. Quel che odo, l’ho detto. Di più, ora passa un barroccino, al trotto, perché in discesa. Ma gli uomini? I nordamericani, che sono tanti, e lavorano nelle fabbriche di Patwucket, e sono bakers a Chicago e farmers attorno a San Francisco, e hanno stands a Cincinnati e saloons a Boston; i brasilieri, che sono meno e vendono pannina nel Matto Grosso, gli argentini, che sono pochini, e tuttavia c’è qualcuno che edifica bei padiglioni, case, ville, cappelle, in Bojas e Mercedes; questi americani, insomma, dove sono?

Non ci sono. Sono, come è naturale, al lavoro; qua e là per le Americhe. (…) Mi affaccio e guardo dall’altana, che bella piccola America! Una conca tutta verde (…) che il sole la carezza e il freddo non la brucia. (…) Fuori che questi monti, che sono cerulei e sembrano grandissimi diamanti azzurri, tutto è verde. Pioppi, salici, ontani, castagni, querce, e gli alberi da frutta e anche qualche lungo e nero cipresso, tentennando il capo, sembrano dire all’uomo “O uomo, tu non sei mai contento! Dopo che il male è finito, tu lo vuoi rivedere; non ne soffri più, e ne vuoi anche godere”. Sì, risponde l’uomo; e codesto o alberi si chiama poesia.

Piena di poesia è dunque l’America abbreviata che io contemplo dall’altana. Abbreviata, in vero, di molto. Perché quelle ultime propaggini dell’Appennino a levante, sul cui ultimo colle è Barga, sarebbero le Ande, e a ponente l’arida seghettata appuntita fila delle Alpi Apuane, lucenti di marmo, che altro non sono se non le Montagne Rocciose? E che piccolo Mississipi è codesta Corsonna, che attraversa la valle da levante a ponente e che non si rivela ai miei occhi se non per i glauchi salici e i pioppi bianchi delle sue rive! E va a gettarsi nel fiume più grande (…). O bel Serchio dai molti colori, ora tutto verde, ora cilestrino, ora tra verde e azzurro, ci corre!

(…) oggi è sereno in tutte le parti dell’orizzonte. Non c’è da temer piene. La giornata sarà bella fino a sera. Ne danno notizia le cicale che scuotono festosamente il loro campanellino. E la mietitura che ne’ giorni passati per un po’ interrotta e guasta da qualche acquazzone, potrà essere ripresa e finita. Ho veduto già le spighe, tagliate dalla falciola, distese in fila sulle porche. Poi hanno raccolto le manne e le hanno ammetate. (…) Ma per lo più si batte il grano a macchina. Volevo dire che nell’America, per quanto piccina mancassero le macchine! La trebbiatrice non manca, no, ma si manda a mano, o a dir meglio a braccia. È una macchina senza fuoco e senza fumo che ha da lontano il suono di un coro di raganelle in un acquitrino. In un giorno può battere da cinquanta a sessanta sacca, i ricolti di cinque o sei contadini…

Vi par poco io credo; specialmente a pensare che il sacco equivale per già a un terzo di quintale. È poco, certamente; ma c’è il granturco poi, che guarda bene, e quello primaticcio ha già messo le belle rappe di fiori. Il granturco non basta veramente per far la polenta di tutti i giorni; ma se ne fa venire dal pian di Lucca. (…) E poi c’è il sessantino. È un granturco che ha i chicchi più minuti, e vien presto, in sessanta giorni, quando viene; cioè quando qualche pioggerella lo aiuta a nascere. Ché si semina nel campo donde fu segato il grano. Il campo si ara con le vacche, alla minuta, e vi si sparge il seme. Sull’ottobre si può cogliere il frutto che serve generalmente ai polli. E poi c’è il vino; un vinetto agrino, ma arzillo; leggero, ma che abbraccia lo stomaco. Il meglio vien da qualche vignetta ben tenuta, ben solfata e ramata, ben potata e legata, ben concimata e zappata; il più sciocco è d’uva d’alberi, cioè di viti maritate all’antica, ai pioppi? E l’uva migliore si fa appassire e quindi si schiccola, e si mette a bollire senza i raspi in un bigoncetto. Ne vien fuori un vino dolce, da farsene onore con le famiglie amiche che in certe feste vengono a vedervi. E poi c’è il castagno.

Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messo, in ogni castagno, una croce, come si fa agli alberi divenuti sacri, perché nessuno li tocchi. Invece hanno cominciato a venderli, a selve sane, per farne una tinta nera!

(…) Le sue foglie, che, subito dopo caduto il frutto, cadono anch’esse, per una bontà che par cosciente dell’albero pio, cadono e si asciugano e inaspriscono alle prime ventate del tramontano, sono spazzate e ammucchiate e inzeppate in crinelle di salcio e portate nelle capanne; e servono di strame alle bestie. La paglia, che altrove fa più soffice il suolo della stalla, qua le bestie la mangiano; e ne avessero! O America mia poverina! Qui si fa a miccino di tutto. È l’America del poco, questa! E l’industria vuol essere grande come in quella del molto; se non anche più grande! Tutti i poderi di Castelvecchio non fanno forse un solo podere dell’Argentina. Un buon podere è qui composto di tre o quattro campetti da seminarci grano e granturco, e d’un prato lungo la Corsonna e d’una selva di castagni nei colli o anche in monte: il tutto sparso e disciolto.

(…) c’è una gran pace in questa valle verdeggiante… Ma alle battute affrettate del fringuello ora si aggiungono altre voci allegre. Sono ragazzi che tornano da scuola. E lo scampanellio delle cicale ora accompagna un canto di chiesa. È cantato da donne che ammetano il grano. Mi sbaglio, o è il Miserere! (…) Chiese ce n’è tante; e pochi giorni sono, ne hanno consacrata una nuova; scuole nemmen una. Oh quando avremo la vera scuola dei fanciulli e delle fanciulle, la quale rimanesse soave a ricordare nei loro animi, per i pietosi e lieti racconti imparati, per i buoni esempi intesi dal maestro e proposti subito al proprio cuore giovinetto, per gli inni cantati in coro dal mattino alla sera, e nei lavori e nelle feste, salutando la vita e piangendo la morte, gl’inni ora teneri e mesti, ora lievi e allegri, in cui s’accordano le voci bianche e i dolci cuori innocenti? Ma no: Miserere! Anche mietendo e spigolando! Oh! sorgessero le graziose scuole rustiche! Si vedessero le loro forme nuove, non ancora tentate né vedute da veruno, tra il tremolio dei pioppi o all’ombra smeraldina dei sacri castagni! I nostri emigranti, così pazienti nel lavoro e così generosi nello spendere, avrebbero dove mandare un loro memore dono, che farebbe raggiar di contentezza e d’amore i visetti dei piccoli conterranei.

E gli uomini dove sono? L’ho già detto: gli americani sono, naturalmente, per le Americhe, salvo qualcuno che vien qua a girellare e a villeggiare. Qua non si vedono per tanto che donne e fanciulle. Sono questi che tengono così bene i bei campetti, che fanno i non duri lavori e i non grossi ricolti di questa America fanciulla. Fanciulla o vecchia? Ché qualche vecchio si vede per le vie o seduto sull’uscio della casa pulita. Sono vecchi americani che finalmente sono tornati in patria, donde non si muoveranno più. Godono essi finalmente il frutto delle loro grandi fatiche, in pace: una casetta pulita, un orticello, tre o quattro campetti da cui aver la polenta di tutti i giorni, una vacca o due, che gli forniscono il formaggio che è così buono con la polenta. Niente altro? A loro basta.

I loro figliuoli, che sono in America, mandano per le Pasque dell’anno un buon gruzzolo di dollari e di scudi; i figli de’ loro figliuoli, che restano sovente coi nonni, vanno a quel po’ di scuola, imparano quelle quattro cosette, cavan fuori le vacche, aiutano la mamma nelle faccende, e si preparano al passaggio, che verrà per loro come vien per tutti, dall’America piccina all’America grande.

Le quali si assomigliano. Sì, e meravigliosamente. Questa è una particella del vecchio mondo che non basta a tutti, sì che fanno un po’ per uno: poco, quasi nulla. Là è il nuovo mondo con le immense e ancora non tutte esplorate estensioni di terra, per le quali i coltivatori non sono mai troppi. Ed ecco i pochi in faccia al troppo si lanciano con audacia quasi furiosa e si ostinano con tenacia incrollabile e infrangibile. E così fanno qui il troppo avanti il poco: meno consapevolmente, meno vistosamente, ma con altrettanto ardimento e con altrettanta pazienza; o pionieri delle terre vergini stringete la mano ai raspatori delle terre esauste: i vostri animi sono della medesima tempra.

Né io fui mal accorto nel tornare quassù per fare un po’ di preparazione al mio passaggio. Ci sono tanti difetti e anche storture e dissonanze in questo paese; ma v’è una cosa buona, che varrà a distruggere tutte le cose cattive che ci possono essere: questa: che il lavoro non è concepito come una pena, e che il premio che uno sogna da fanciullo e si augura da giovincello e insegue da giovine e persegue da uomo fatto e da vecchio alfine, qualche volta, raggiunge con l’assiduo lavoro di tutta la vita, è un poderetto da lavorare. Lavorare ancora, ma sul suo, ma in libertà! Lavoro e libertà: non è questo il grande grido dell’America grande? Ebbene io lo sento anche qui, sopra tutto qui, tale grido, nei rari e lontani strilli dei ragazzi, nei più rari canti delle donne sole, nel silenzio stesso degli uomini che sono qua e là per il mondo, io lo sento. Sono le due necessità, materiale e spirituale, dell’uomo, che separate, lo rendono schiavo e tiranno, e, unite, gli danno la sola felicità pensabile nel mondo, vecchio e nuovo che il mondo sia”.

Umberto Sereni

@LoSchermo.it

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