Genitori in stato di bisogno: i figli devono pensare agli alimenti

Genitori in stato di bisogno: i figli devono pensare agli alimenti

LUCCA, 15 aprile – Nella rubrica Giuridica-Mente si è trattata in passato la questione del mantenimento dei figli (leggi qua), evidenziando come la legge preveda espressamente l’obbligo di sostentamento economico dei genitori nei confronti della prole, anche quando quest’ultima raggiunga la maggiore età.

La domanda a cui risponderemo oggi invece analizza l’opposto scenario, ossia: una volta cresciuti i figli sono tenuti o meno a curare i propri congiunti e – in particolare – i genitori?

In questo caso si deve analizzare il concetto stesso espresso giuridicamente dal termine “alimenti“, che si pone in una prospettiva diversa dal mantenimento.

Essi non sono altro che prestazioni di assistenza materiale, dovuti ex lege al soggetto che versi in stato di bisogno economico e rientrano nei cosidetti “obblighi di solidarietà familiare”.

Gli articoli di riferimento da esaminare sono contenuti del Codice civile e – in particolare – sono quelli dal numero 433 in poi.

In primo luogo i soggetti obbligati a prestare gli alimenti sono, oltre che una serie di “parenti” (tra cui coniuge, genitori, generi, nuore) anche i figli nei confronti dei genitori.

Non si ha nessuna distinzione di genere, perché tutti i figli, dai legittimi ai naturali fino agli adottati, devono prendersi cura del genitore che si trovi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Da tenere presente che vi è un preciso obbligo di prestare gli alimenti del soggetto che ha ricevuto una donazione da chi poi si è trovato in condizioni di bisogno: secondo l’art. 438 c.c., infatti, il primo è tenuto con precedenza su ogni altro obbligato, a prestare gli alimenti al donante, salvo che l’atto di liberalità non sia stato fatto in costanza di un matrimonio o si tratti di una donazione remuneratoria (ovvero eseguita per motivi di riconoscenza e per meriti di chi la riceve).

Se poi il soggetto donatario si rifiuti di adempiere, può aversi ex art. 801 del codice civile anche la revoca della donazione.

In ogni caso, se gli obbligati si rifiutino di aiutare il bisognoso, interviene il giudice.

Le condizioni necessarie, però, perché si possa fare domanda di alimenti sono due e cioè la mancanza o insufficienza dei mezzi per affrontare le necessità primarie di vita e l’impossibilità di provvedere al proprio mantenimento, poiché in condizione di malattia oppure per posizione sociale o per condizioni psicofisiche e/o intellettuali.

Gli alimenti devono essere assegnati in proporzione alle necessità del soggetto richiedente, ma anche tenendo conto delle condizioni economiche di chi è obbligato a somministrarli.

Se ci sono più figli, che sono tutti obbligati, devono concorrere alla prestazione degli alimenti, ciascuno in proporzione alle proprie condizioni economiche. Qualora sorgesse una diatriba tra questi soggetti sulla misura, distribuzione o sul modo di somministrazione degli alimenti, la questione sarà risolta da un giudice.

Nel caso poi di urgente necessità, l’autorità giudiziaria potrà porre temporaneamente l’obbligazione agli alimenti a carico di uno dei soggetti obbligati, salvo però il diritto di regresso del soggetto che li ha prestati nei confronti degli altri.

Riguardo alle modalità di somministrazione vi è scelta tra adempiere mediante un assegno periodico oppure accogliere il soggetto bisognoso nella propria casa.

Gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale oppure dalla costituzione in mora (c.d. raccomandata con ricevuta/telegramma ecc. in cui si richiedono gli alimenti), ma in quest’ultimo caso inizieranno a decorrere dalla costituzione in mora solo se a quest’ultima segua, nei sei mesi successivi dall’invio della stessa, la domanda giudiziale (art. 445 c.c.).

Per non dover attendere i tempi della giustizia, il Presidente del Tribunale – su domanda di parte – potrà in costanza del processo, ordinare che un assegno sia posto in via provvisoria a carico degli obbligati potendone scegliere anche uno solo di essi, che però ha il diritto di agire regressivamente verso gli altri.

Qualora, poi, durante la somministrazione degli alimenti dovesse mutare le condizioni economiche di chi le somministra o dell’alimentando, il giudice potrà dichiarare la cessazione, l’aumento o la riduzione dell’obbligo. Del pari gli alimenti potrebbero essere ridotti anche per la condotta disordinata o riprovevole dell’alimentando.

Si deve tener presente – in quest’ultimo caso -che si può avere solo un diritto alla riduzione dell’obbligo, ma mai un’esenzione totale: la giurisprudenza ha infatti più volte ribadito come il diritto agli alimenti esista, anche se il richiedente si trovi in stato di bisogno per sua colpa, poiché il principio anzidetto della solidarietà familiare prescinde da qualsiasi valutazione morale.

Tale obbligo avrà termine naturalmente con la morte del soggetto bisognoso, non esistendo in tale ipotesi un diritto di successione.

Concludendo, bisogna ricordare che il beneficiario non può disporre liberamente del suo diritto cedendolo o rinunciandovi, perché esso è impignorabile e imprescrittibile, in quanto garanzia a tutela dei bisogni primari dell’individuo.

E’ per questo che la tutela offerta dalla legge si rafforza anche tramite l’applicazione dell’articolo 570 del Codice penale che punisce chi, tra gli altri, con una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, fa mancare i mezzi di sussistenza agli ascendenti.

* Avvocato

Fonti: wikipedia; codice civile.

(Per proporre quesiti su ulteriori questioni legali i lettori possono scrivere all’indirizzo: consiglilegali@nullloschermo.it; sarà garantito il pieno rispetto della privacy).

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